Peso leggero
Olivier Adam è uno scrittore eccezionale. Per una volta non avverto il timore di definirlo tale. Il suo esordio narrativo, Passare l’inverno, aveva già messo in luce il suo talento, la sua scrittura scarna, diretta, costruita ad arte con periodi rapidi, a scansare le subordinate per dare largo spazio a coordinate taglienti, incisive, che non lasciano modo di respirare, rendendo automatica la lettura coinvolta, frenetica, a voler scoprire il destino dei personaggi, nudi di fronte alla propria vita e agli altri, esposti come foglie al vento. Con Stai tranquilla, io sto bene e Scogliera aveva confermato il meritato successo d’esordio, offrendo una narrazione fortemente autobiografica, personale, intima, quasi imbarazzante per chi scorre le pagine, per quanto vera e tangibile. Con Peso leggero (e di leggero il libro ha davvero soltanto il titolo) diventa, con merito, una delle voci contemporanee più interessanti del panorama francese. Una scrittura che non ha nessun timore di mostrarsi per come è, storie che raccontano un disagio esistenziale esasperato, eppure comune a molti esseri umani, in mezzo a mille volti eppure soli con le loro domande irrisolte, i ricordi d’infanzia che fanno male e l’idea di un futuro frequentemente in negativo. Toccante.
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