Daniela Matteucci, critico d’arte e poetessa romana alla sua prima pubblicazione, non manca di personalità ed energia. Perciò si espone e si declina con onestà al cospetto del lettore con un bruciante desiderio di rivolgersi a un 'tu' privo di sembianze identificative, a un’entità straniante che vive nell’impalpabile spazio dell’indefinito. L’alterità è dunque il motivo conduttore di tutte le poesie contenute nella silloge, interamente costruita sull’insopprimibile necessità di comunicare, di far sapere che esiste per evitare di perdersi nell’anonimato di un io che ha ormai smarrito il senso della totalità. Ella rivolge a un tu che sa di non possedere e che in fondo non conosce, la sola interrogazione possibile sul significato, attraverso una versificazione sciolta e scevra di archetipi formali, che rivela nondimeno una certa robustezza di accenti. La sintassi piana e lineare di Daniela Matteucci assume le sembianze di una superficie nella quale ricordi inconsistenti come il sogno producono l’inevitabile insorgenza dell’ombra, della nostalgia infinita dell’altro che poteva essere e che forse non sarà più :”E così siamo caduti/ nell’abbraccio di un’illusione/ di bambini in ritardo sul tempo/ incontro al niente.” (Controvento pag. 12). Oppure lo spazio metafisico dove la parola rincorre invano l’immagine, non riuscendo a trovare l’aggancio tra i due opposti e rassegnandosi dolorosamente all’inconciliabilità. Ecco allora che il “vento dei tuoi occhi” diviene scoglio frapposto tra il reale e la parola ineffabile, quell’eterno conflitto tra la dolorosa e attiva volontà di essere e l’illusione di una dimensione altra, dove dimorano immagini e ricordi, che sarebbero indispensabili al senso: “Insegnami/ il luogo segreto/ dove vai a dormire./ Portami dentro l’anima./ Rivelami/ dove respirano i tuoi pensieri,/ dove vive il battito/ silenzioso/ della tua bellezza.” (Insegnami pag. 13)... La Matteucci inconsapevolmente ha fatto arte del proprio inconscio, ritmandolo al tono di una lingua assordante, come un “delirio di stelle” o “la casa dei temporali estivi”, simboli tutti dell’impossibilità di afferrare il significato “nella nebbia della vita” e custodirlo “protetta dal cancello delle tue parole”. Talvolta l’armonia potenziale del verso si smorza inspiegabilmente e si sperimenta il limite circoscritto di un rapido presente, che lascia nell’animo sapori amari di fugacità e sensazioni profonde che si vorrebbero prolungare oltre la realtà di un breve tassello temporale : “Abbiamo camminato a piedi/ lungo i sentieri del Nulla/ verso un infinito trasparente.” (Il Nulla pag. 9). Un dato ulteriore che potrebbe anche proficuamente caratterizzare vieppiù questa voce nella sua progressione, s’immagina sia l’apparente trasparenza comunicativa, che invece cova in sé l’enigma, la compresenza di molti segni linguistici nell’unico effettivamente esibito