L'animale morente
Con L’animale morente Philip Roth, tra le migliori penne regalateci dagli Usa negli ultimi anni, raggiunge una delle vette più alte del suo magistrale percorso letterario. Le parole e le frasi attraverso le quali si dipanano le confessioni del professor Kepesh permettono a chi legge di entrare in contatto quasi fisico con le cose raccontate: mai come ora, infatti, Roth usa una scrittura così fortemente evocativa, sensoriale, intensissima. La fisicità di Consuela trapela dalle pagine così come la passione alonata di morte con la quale si trova a convivere dolorosamente Kepesh. Il tutto intervallato da interventi di personaggi secondari altrettanto affascinanti, che il lungo monologo del professore riporta qua e là, nel discorso volutamente confuso di chi è accecato dal sentimento e dal dolore: Carolyne, ex allieva ritrovata anni dopo nelle vesti di donna in carriera delusa dal genere maschile, con una quindicina di chili in più ma ancora abbastanza fascino da saziare almeno per un po’ il professore, l’oftalmologa frustrata Elena, capace di operare dopo notti insonni ma fragile fino al midollo per colpa di un desiderio di maternità mai appagato, e Kepesh figlio, scopertosi adultero a quarant’anni e per questo mai come prima bisognoso di un confronto frequente con il padre, sessuomane e fedifrago come lui. E sullo sfondo, onnipresente, la storia cruda e forte di Consuela, che emoziona, tocca dei nervi scoperti, fa vibrare corde interiori come solamente i grandi romanzi riescono a fare.
acquista:

Enrica Bonaccorti vi consiglia: 

