Apex nasconde il dolore
L’idea di Colson Whitehead – giornalista, critico di cultura pop e scrittore newyorchese – è decisamente brillante, originale, fortemente tesa alla rappresentazione di una cultura consumista, capitalista, che deve poter comprare tutto, anche i nomi delle cose, dei pensieri. Nonostante questo la sua scrittura è spiazzante. Non è per niente semplice stargli dietro: quando dico spiazzante – infatti – intendo proprio fare riferimento ad una storia che ti lascia a bocca aperta, incuriosito ma allo stesso tempo irritato. O almeno a me ha fatto questo effetto. È una scelta stilistica oculata, non c’è dubbio, raccontare una storia attraverso frasi sincopate, dialoghi surreali, situazioni paradossali e tragicomiche, va benissimo così: ma manca totalmente la parte legata al sentimento, alla sfera emotiva, manca una connessione empatica con i personaggi, nessuna immedesimazione riesce a coinvolgere attivamente il lettore. È possibile che questa sia una carenza avvertibile soggettivamente, ragion per cui a me può sembrare una mancanza, ad altri un espediente narrativo per poter arrivare dritto al punto della questione che, in questo caso, non è certo il sentimento quanto più uno sguardo critico e attento verso una cultura contemporanea troppo spesso priva di radici e di tradizioni, preoccupata soltanto di accumulare nomi, averi, idee, senza nessun riguardo per quella che è la nostra storia, la nostra memoria. In conclusione: sospendo il parere… forse prendere in mano John Henry Festival (Minimum Fax) o L’intuizionista (PBO Mondadori) potrebbe schiarirmi le idee.
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