Blue moon
Ironia, adrenalina, erotismo, horror, una tostissima ragazza con la pistola e una coorte di fusti sovrannaturali: è in questi ingredienti dal palese potenziale attrattivo che si annida il segreto del successo mondiale dell’americana Laurell K. Hamilton. Per quanto stuzzicanti, i suoi romanzi – si tratti della serie dedicata all’ammazzavampiri risvegliante Anita Blake o di quella incentrata sulle gesta fanta-erotiche della fatina Merry Gentry – danno però sempre l’impressione che ci sia troppa carne al fuoco, come se l’autrice non sapesse esercitare il debito autocontrollo creativo sulla materia ribollente e strabordante che è alla base dei suoi mondi romanzeschi: antiche credenze e mitologie, la wicca, l’immaginario fanta-horror occidentale e chi più ne ha più ne metta. Così, ad ammassare in un’unica avventura – per quanto corposa – vampiri a frotte, licantropi di varie specie, vampiri putrescenti, munin e troll (il tutto mescolato a passaggi hot e doppi sensi da bettola. Un esempio? Richard il licantropo mostra ad Anita i pettorali e lei protesta: “So che hai un gran fisico. Non c’è bisogno che tu me lo sbatta in faccia”. Ovviamente Richard ribatte che quella di sbatterglielo in faccia gli sembra proprio un’ottima idea…) si rischia seriamente di scivolare nel kitsch. Ma il kitsch, si sa, ha un suo fascino, e Anita Blake pure. La sua missione, più che sterminare i vampiri cattivi, è quella di scacciare i pensieri neri dei lettori grazie alle sue avventure fracassone e roventi, perfette per una parentesi di relax in poltrona dopo una giornataccia sfiancante. Letteratura digestiva (e non si tratta di una critica, ma di una constatazione) al 100%.
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