Infinite jest
Scritta nell’arco di tre anni, la schizzata distopia che ha consacrato David Foster Wallace al rango di scrittore di culto è un peso massimo di quasi 1200 pagine, delle quali circa 150 occupate da fittissime note dell’autore (ed errata corrige!) scritte in piccolo piccolo che non sempre riescono nell’intento di essere esplicative, ammesso e non concesso che l’intento dell’autore fosse quello. In Infinite jest tutto è oversize, ipertrofico, tutto è grandeur: è un libro che – oltre che essere utilissimo come arma di offesa se frullato in testa a eventuali aggressori - sta a un romanzo ‘normale’ come il ciclo integrale di Dune sta a La ballata delle prugne secche di Pulsatilla (e non stiamo parlando di qualità letteraria, ma di complessità e grandiosità dell’affresco) o come un mammuth sta a un topolino di campagna. Ma le dimensioni non contano, ci hanno insegnato. E quindi tralasciamo le frasi mostruose lunghe anche più di una pagina e irte di incisi che nemmeno un porcospino col piercing, i dialoghi à la Ionesco, il ricorso temerario ad aggettivi insoliti e rari o a neologismi e concentriamoci sulla sostanza. Siamo – come era già successo con il debutto di Wallace, La scopa del sistema - dalle parti di Thomas Pynchon, Don DeLillo, Kurt Vonnegut jr., ma qui l’appartenenza alla corrente letteraria postmoderna si fa più sfumata, diventa quasi una forzatura da critici col feticismo delle categorie: i riferimenti alla cultura pop sono più rari, l’atmosfera è più cupa (a tratti venata persino di horror), i temi trattati più drammatici (fanno capolino qua e là incesto, prostituzione, violenza, droga), lo scenario più apocalittico, la critica sociale più virulenta ed evidente. Per dirla con lo scrittore Jonathan Franzen, siamo di fronte a un “attacco frontale alla cultura dell’entertainment passivo”. Insomma verrebbe da chiedersi: 1200 pagine, fantapolitica a gogò, linguaggio arzigogolato, come farà a vendere ‘sto librone qui? Nonostante gli apparenti ostacoli a un successo commerciale (o forse proprio a causa di questi), Infinite jest ha ricevuto sin dalla sua uscita la patente di romanzo-culto e una ottima dose di pubblicità gratis: recensioni entusiastiche da parte di quasi tutti gli scrittori più in voga e su tutti giornali ‘che contano’, premi letterari a iosa, persino apparizioni sulla stampa scandalistica. E puntuali sono arrivate le vendite: “Una parte di me era estremamente gratificata da questo successo inatteso”, ha dichiarato David Foster Wallace in una intervista di qualche anno fa, “ma un’altra parte di me fiutava la trappola. Che ci fosse attorno al libro tanta eccitazione ma che pochi lo avessero letto davvero, che la gente lo comprasse ma lo trovasse troppo duro da leggere, che fosse tutto basato su un equivoco”. Sarà forse anche così - e del resto il mondo della comunicazione e del mercato editoriale è basato anche su queste dinamiche - ma il turbinio di plot e subplot (impossibile fonderli in un disegno lineare e facilmente comprensibile) al quale Wallace sottopone il lettore ha un fascino innegabile e denuncia una padronanza della creatività e della scrittura che a tratti persino spaventa. Il titolo è ispirato a una scena dell’Amleto di William Shakespeare nella quale il principe danese protagonista della tragedia confessa al teschio di Yorick: “Alas, poor Yorick! I knew him, Horatio; a fellow of infinite jest” ("Ahimè, povero Yorick! L'ho conosciuto, Orazio: un compagno di scherzi infiniti”).
acquista:

Enrica Bonaccorti vi consiglia: 

