La durata del tempo
Venti schegge letterarie sul filo dello scorrere del tempo e sulla scia della memoria. Quasi impossibile ricostruire la trama: si passa da brevi racconti (La Rana, Tic Tac), a pensieri in piena libertà (Contrappasso, Sangue, Più delle parole 2, La forma dell’acqua, In otto minuti), da autoreferenziali introspezioni (Spider, Insonnia, Sentimenti di corsa, Training Autogeno, Il cubo di Rubik) a dubbi universalmente esistenziali (Più delle parole, La Teoria della relatività dei problemi, Il tempo che rimane, Lo spirito del Natale, Palingenesi) approdando infine a riflessioni di ampio respiro (In Love, Nostalgico Riverbero, La spada di Damocle). Un flusso di parole e in sottofondo solo il rumore delle lancette…
Il libro è il debutto letterario di Arianna Accorte che nella vita, come si legge in quarta di copertina, si occupa di moda e turismo. Un divertissement che - forse volutamente - non ha identità, come del resto precisa con la modestia tipica del debuttante l’autrice nella introduzione: “Detto in tutta sincerità, non ho la minima idea di chi possa essere interessato a leggere questa raccolta di… racconti? Pensieri? Scritti più o meno brevi? Cose?”. Ne vieni fuori un concentrato di pensieri pseudo-profondi - più o meno collegati al concetto di tempo – che finiscono inevitabilmente con il risultare sospesi tra filosofia da parrucchiere e sospiri a la Liala. La scrittrice ce la mette tutta per dare un senso alla sua “creatura” ma, ahinoi, si perde tra le lancette della retorica non riuscendo a trasmettere in modo continuo e coinvolgente la profondità dei suoi (sacrosanti, per carità) rovelli esistenziali. Il libello, come l’autrice stessa lo definisce nell’introduzione, finisce col rimanere nel limbo, un esercizio di stile punteggiato da involontarie perle di masticata saggezza (“Realizzi che la tua utilità sta nella tua assenza ma tu ti sei già spogliato di tutto e non ti rimane che spogliarti di nulla”, “A chi pensa alla vita come pura staticità, affogati in un mare placido di cullanti certezze”). Un guazzabuglio sfuggito alle buone intenzioni dell’autrice. Nei soliti ringraziamenti in calce si legge: “Ringrazio il mio amore che è l’unico ad avere il coraggio di dirmi che a volte non capisce cosa scrivo”: ebbene da oggi non soffrirà più di solitudine…
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