Io ci sto
Capita raramente - ma qualche volta capita - che io mi chieda perché. Perché tutti devono poter pensare di saper scrivere, per esempio. Perché, soprattutto, una casa editrice come Fermento, possa aver colto tra gli immagino innumerevoli manoscritti quello di un giovane sconosciuto ventenne e averlo giudicato meritevole di pubblicazione. Durante la lettura di questo “peregrino” romanzo di Marco Zarfati mi imbatto in frasi come “Settembre è sempre stato il mio mese preferito, forse perché il mio sentimento preferito è la nostalgia e settembre è nostalgico per definizione”. E un brivido percorre la schiena perché non credevo possibile, davvero, che frasi legittimamente ospitate in un diario delle medie potessero ricapitarmi sotto gli occhi in un formato libro 20x12. Anche sforzandomi, non c’è nulla che possa essere salvato: i dialoghi sono un susseguirsi di banalità, i temi affrontati sono molto più approfonditi e meglio raccontati e meno scopertamente compiaciuti nei romanzi (che mi sia perdonato quello che sto per dire) di Federico Moccia, Il plot è inesistente, o, se c’è, è talmente noioso e ripetitivo che l’ho istantaneamente rimosso. Ma quello che manca è un senso, un significato. Laddove la forma è tanto carente, ci si affida sempre a un contenuto forte e capace di supplire a una penna infelice. Spiace dirlo, ma quella di Zarfati è una scrittura ingenua, inesperta, e, per tutti questi motivi insieme, assai irritante.
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