Io ci sto

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uno
Io ci sto
È un’estate calda quella che si annuncia: Matteo, in procinto di partire per il più classico degli inter-rail, è a Roma. Con lui, Tito e Lele. Si conoscono da poco, ma un paio di notti romane sotto un cielo carico di aerei ed emozioni bastano per cementare un legame che sembra andare oltre i soliti giri di amicizie e conoscenze. Sono diversi, Tito e Lele, sono liberi, anticonformisti, pazzi, avventurosi, e Matteo insieme a loro si sente per la prima volta emancipato. Libero anche di rispondere “Io ci sto” a qualsiasi proposta venga fatta dagli altri due, senza pensarci, così, all’istante. Tra sport estremi, continue sfide e un sentimento di attaccamento tanto intenso da far vacillare l’eterosessualità di Matteo, il fantastico trio percorre il turbolento periodo post-adolescenziale, ogni tanto qua e là fa capolino qualche presenza femminile che rischia di dividerli, ma è solo un breve interludio, perché loro sono gli “Io ci sto”. Ehi...
Capita raramente - ma qualche volta capita - che io mi chieda perché. Perché tutti devono poter pensare di saper scrivere, per esempio. Perché, soprattutto, una casa editrice come Fermento, possa aver colto tra gli immagino innumerevoli manoscritti quello di un giovane sconosciuto ventenne e averlo giudicato meritevole di pubblicazione. Durante la lettura di questo “peregrino” romanzo di Marco Zarfati mi imbatto in frasi come “Settembre è sempre stato il mio mese preferito, forse perché il mio sentimento preferito è la nostalgia e settembre è nostalgico per definizione”. E un brivido percorre la schiena perché non credevo possibile, davvero, che frasi legittimamente ospitate in un diario delle medie potessero ricapitarmi sotto gli occhi in un formato libro 20x12. Anche sforzandomi, non c’è nulla che possa essere salvato: i dialoghi sono un susseguirsi di banalità, i temi affrontati sono molto più approfonditi e meglio raccontati e meno scopertamente compiaciuti nei romanzi (che mi sia perdonato quello che sto per dire) di Federico Moccia, Il plot è inesistente, o, se c’è, è talmente noioso e ripetitivo che l’ho istantaneamente rimosso. Ma quello che manca è un senso, un significato. Laddove la forma è tanto carente, ci si affida sempre a un contenuto forte e capace di supplire a una penna infelice. Spiace dirlo, ma quella di Zarfati è una scrittura ingenua, inesperta, e, per tutti questi motivi insieme, assai irritante.