Il ventre della Terra

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Il ventre della Terra

Venerdì 22 aprile 2181 Mira esce dalla facoltà universitaria di Archeologia della flora e della fauna di Londra per recarsi a casa. Come tutti gli abitanti del pianeta indossa capi d’abbigliamento anti-Uv e si cosparge la pelle di creme-barriera. Da trent’anni, infatti, le condizioni di vita sulla terra sono state completamente sconvolte, a causa del totale deterioramento dello strato di ozono che la proteggeva. Non esistono più forme vegetali o piantagioni commestibili. L’uomo è il solo rappresentante della specie animale ad essere sopravvissuto, benché decimato dalle conseguenze derivanti dalla catastrofe, non ultima una smisurata proliferazione di tumori alla pelle. L’alimentazione è costituita di sole sostanze nutritive a base di vitamine, proteine ed acidi grassi prodotti in laboratorio sotto forma di superconcentrati. L’ossigeno viene immesso nell’atmosfera in maniera artificiale, una volta scisso dall’idrogeno tramite un forte dispendio di energia, che viene ricavata dalle centrali nucleari che proliferano ovunque. L’ingente produzione di scorie viene smaltita trasportandola nello spazio, ed in modo particolare sulla luna. Ad attenderla, tra le mura domestiche, trova la madre in preda al pianto a causa della morte di una misteriosa zia indiana, di cui Mira fino a quel momento ignorava l’esistenza. L’atteggiamento della donna appare tuttavia vago ed indefinibile ed attira la curiosità della figlia. Lucien, il ragazzo che frequentava da un anno, diserta l’appuntamento previsto per l’ora di cena e da quel momento fa perdere misteriosamente le tracce di sé. Mira, dopo alcuni giorni di logorante attesa, cade in uno stato di profonda prostrazione dal quale esce solo dopo aver ricevuto sul proprio telefonino una sorta di messaggio cifrato in cui Lucien sembra darle appuntamento in un imprecisato luogo abitato da una foresta residua. Un aneddoto riesumato tra i ricordi infantili della madre ed un libro redatto dal famoso archeologo Andrew Berdel, repertato dall’oblio degli scaffali polverosi della London Library, sembrerebbero confermare l’esistenza di un ultimo ignoto brandello di paradiso ,sottratto alla deriva ambientale. Che si tratti dello stesso luogo? Mira decide di intraprendere il viaggio nella direzione di quella antica “Valle Nascosta”, che pare trovarsi alle pendici dell’Himalaya, alla ricerca dell’amore e della salvezza…

Troppo spesso la fantascienza sociologica si è risolta in scadente narrazione e sterile ideologia, capace di denunciare situazioni senza saper suggerire soluzioni. Valentina Francolino decide pertanto di battere un percorso diverso, concependo un romanzo fantastico e sentimentale che va al di là della mera denuncia ambientalista, perché esce dall’anticipazione narrativa per toccare un nervo ormai scoperto. La vicenda di Mira, che si aggira nello scenario surreale di una Londra grottesca e desolata, costituisce infatti un felice espediente narrativo che consente alla scrittrice bergamasca di esplorare, senza troppe sovrastrutture ecologiste, i pressanti temi ambientali ed ecologici del nostro tempo. Una formula deliziosa per trasformare le varie concrezioni dello sconforto in un’avvincente scrittura d’immaginazione. Ed è tutto così maleficamente credibile che ci sembra di riempire delle lacune della nostra cultura generale. L’autrice non intende qui soffermarsi sugli aspetti deteriori di una civiltà che ha sconvolto gli equilibri naturali. Compie solo una breve digressione iniziale per dirci quello che tutti noi già sappiamo. Ovvero che la condotta sconsiderata dell’uomo ha creato le condizioni perché il verde fosse cancellato per lasciare il posto ad un mondo del tutto artificiale. E subito riprende il filo di una avventura esistenziale destinata ad approdare là dove talvolta la leggenda e le speranze confluiscono magicamente nella realtà. Le avventure di Mira, che vaga di rovina in rovina, morale e materiale, l’una nutrimento dell’altra, costituiscono una lettura divertente e struggente al tempo stesso, che appassionerà anche il lettore che abitualmente non frequenta il genere fantastico. Nessun intento moraleggiante appesantisce l’efficacia narrativa. Niente politica né banali richiami al rispetto della natura,ma solo desiderio di comprendere e di fare comprendere dove ormai siamo diretti. Un’incursione spregiudicata ed inquietante in un futuro che forse è già incominciato.