

Mr Johnson, supplente di Educazione civica, tiene in ostaggio una classe di bambini delle scuole elementari; tra gli ultimi banchi uno studente con deficit di attenzione fantastica a occhi aperti, usando come appoggio per la sua immaginazione le maglie di ferro che rinforzano il vetro della finestra: crea così una narrazione fumettistica che ritrae,
frame dopo
frame, la fuga del cane Cuffie e gli episodi terrificanti accaduti durante la sua ricerca. Su di un volo transoceanico un passeggero narra la strana storia di un bambino prodigio che muterà il destino di una società tribale africana. Una donna sfigurata da diversi interventi chirurgici mostra perennemente sul viso un espressione di terrore ed è così costretta ad essere scortata dal figlio, amante e studioso di aracnidi, lungo i numerosi viaggi verso lo studio che si occuperà della causa legale nei confronti del primario che l'ha deturpata. Uno yuppie annoiato spende le sue giornate da un analista ammalato di tumore, finché non trova risposta al proprio disagio ascoltando distratto la battuta di un telefilm: decide allora di uccidersi...
Queste sono solo alcune delle otto brevi “narrazioni” che Wallace miscela nel suo Oblio: un’opera impegnativa e sperimentale che mette continuamente alla prova i suoi lettori. La lunghezza delle capitolazioni varia in modo discontinuo dalle poche pagine di alcuni racconti alle centinaia di altri che paiono così veri e proprio romanzi. Ma sono soprattutto gli stili a sorprendere e sconcertare: Wallace, ricordando due grandi della scuola americana, oscilla dalla semplicità diretta di Jerome D. Salinger agli sperimentalismi di Thomas Pynchon, e come quest’ultimo riesce a creare pagine così fitte di subordinate ipotattiche da sbigottire il più attento lettore. Avete mai letto quattro, e dico quattro, intere facciate senza trovare un punto? Bene, non c’è opera migliore per mettersi alla prova e dentro la quale disorientarsi e perdersi.