Trieste
Crogiuolo di molteplici etnie, ivi convenute dal 1719 in poi sotto il benefico influsso economico del porto franco, Trieste annovera ancora oggi una popolazione priva di un’identità comune. Usi, costumi, cultura, architettura urbanistica convivono sul territorio costituendo il tessuto connettivo di una metropoli cosmopolita, nostalgica e orgogliosa di custodire i preziosi retaggi di una storia illustre e complessa, rimasta assorta, come per incanto, nell’atmosfera sospesa ed austera dell’impero asburgico. Il lungo tragitto fino al decollo economico, avvenuto facendo leva su di una posizione geografica strategica, la capacità di esprimere una cultura ed una classe sociale adeguate al nuovo ruolo autorevole e capaci di dialogare con la grande Vienna. La progressiva e inarrestabile decadenza segnata dagli effetti delle due guerre mondiali, il conseguente ridimensionamento sul piano storico, le inevitabili ripercussioni sull’economia cittadina, la difficoltà di accettare la fine e l’incapacità di convivere con lo spettro di sogni ambiguamente divisi tra passato e presente…
Sono poche le città che, come Trieste, possono contare su una ricca messe di studi sulla propria storia più recente. Si tratta normalmente di testi atti a modificare e arricchire le conoscenze su quel soggetto a lungo immerso nelle brume del disagio identitario post-asburgico. Gunther Schatzdorfer - scrittore, giornalista, autore teatrale e pittore - in questo suo fluviale monologo saggistico-narrativo intreccia i molti fili di un passato irripetibile e avvincente. Ma, tracciando la sua accurata sintesi storica, non manca di evidenziare figure minori e sottolineare aspetti trascurati di un humus sociale complesso. Pertanto ogni sezione in cui è diviso il libro diviene anche proposta ragionata di rubricare e sezionare un ambito che ha mille implicazioni, nodi irrisolti e vuoti da colmare. Ne esce così una recensione persino estetica della città, una rilettura degli ultimi due secoli, atta ad imprimere una fisionomia più precisa alle ipotesi e a offrire quadri di riferimento non aleatori, dotati di uno spessore necessario a sottrarre la città dalle spire mortifere di quella memoria invalidante, di quella abitudine a sentirsi e a considerarsi postuma. Nella convinzione che valorizzare la peculiarità di una città possa farla avvertire meno marginale e non più indirizzata sul binario morto dell’eccezionalismo.
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