Questa notte mi ha aperto gli occhi
Arriva anche in Italia uno dei primi romanzi di Jonathan Coe, un divertente noir sul mondo della musica underground, quell'ambiente fatto di sale-prova con la moquette puzzolente, amplificatori che fischiano e localacci con acustica allucinante che chiunque abbia mai militato in una band conosce alla perfezione. Rielaborazione di ricordi giovanili a parte, Coe paga un tributo affettuoso alla New Wave inglese di fine anni '80 (il libro è del 1990), fotografata nel delicato - e confuso - passaggio dalla integrità punk e post-punk degli inizi alla stagione del crossover e della contaminazione con altri stili musicali. Non stupisce che ogni capitolo sia introdotto da una citazione di un verso di Morrissey, controverso leader degli Smiths, che 'regala' anche il titolo di una sua canzone al libro. Il tono è scanzonato, anche nelle sequenze più drammatiche, e stile e trama sono meno articolati che nei romanzi che hanno reso celebre Coe, ma il plot giallo tiene, fino al convulso finale splatter. Il romanzo è seguito da una gustosa appendice di fiction nella quale il protagonista vive un'avventura extraconiugale con una giovane giornalista in occasione di un festival cinematografico dedicato all'horror e al fantastico nel quale fa il giurato (e durante il quale come giurato fa di tutto - in una sorta di patetico ma affettuoso tentativo di compensazione - per premiare un film con la colonna sonora scritta da una sua ex amante lasciata in malo modo qualche tempo prima) e preceduto da un breve articolo introduttivo non di fiction nel quale Coe racconta la sua esperienza autobiografica di musicista e aspirante rockstar, da teenager fan dei T. Rex di Marc Bolan a impavido esploratore di suite jazz-progressive in 9/8 (malgrado lui e il suo gruppo facciano fatica persino a tenere i 4/4). Anche la saga della band dello scrittore britannico, come avviene nel 99,9% dei casi, è vissuta per qualche anno sull'entusiasmo acritico di un gruppo di ragazzi e si è infranta sugli scogli della noia, della fatica, delle incomprensioni, della mancanza di interesse da parte dell'ambiente discografico e del mondo. Ci siamo passati in tanti, Jonathan.
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