Il tempo materiale
“Siamo colpevoli di linguaggio”, dice ad un certo punto uno dei tre protagonisti. Perché Il tempo materiale è un romanzo sul linguaggio ed è sul quel fronte che si gioca tutto: nell’opposizione col dialetto (“Per loro le parole sono chiodi e martello, dice, cucchiaini e coltelli. Servono a dire, solo a dire, e nient’altro. Capiscono solo il dialetto, dico. [...] Noi conosciamo il piacere del linguaggio, dice”), ancor più che nell’analisi minuziosa, quasi una dissezione, della lingua e del lessico delle BR, e nella conseguente e necessaria opposizione col silenzio (“Perché ancora balena il linguaggio quando vorrei solo entrare nel silenzio?”).
Molto è stato scritto e detto sulla lingua di Vasta. C’è stato anche chi, travisando, ha tirato fuori l’aggettivo ‘barocco’. In realtà, la lingua di questo libro è sì ricca, ma è soprattutto infetta e tossica (“avevo avuto la sensazione [...] che il linguaggio fosse un'epidemia dalla quale non cercare scampo”, dice Nimbo, il protagonista, nelle primissime pagine), volutamente ostentata (ma mai preziosa nel senso peggiore, ossia falsamente ricercata o affettata). Il tempo materiale è poi anche un romanzo sull’infanzia, un’infanzia alla quale si fa fatica a credere all’inizio, perché è lontana e diversa da quella alla quale siamo abituati (“sono un ragazzino ideologico, concentrato e intenso, un ragazzino non ironico, anti-ironico, refrattario. Un non-ragazzino”), un’infanzia per certi versi inverosimile e, paradossalmente, molto realistica se non reale. Forse non siamo davanti al capolavoro al quale si è gridato, ma di certo si tratta di un romanzo importante, pieno di pagine che potrebbero fare da preludio a una riflessione ampia e multiforme, un romanzo che sarebbe un errore, però, circoscrivere alla sola ideologia e che, a tratti (specie quando compare il personaggio di Morana), sfiora il sublime.
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