Cent'anni di solitudine
Il miglior romanzo di Gabriel García Márquez, amato da generazioni di lettori, è uno dei più fulgidi e probabilmente il più celebre esempio del realismo magico di matrice sudamericana. Fin dal principio, infatti, ci si trova trasportati in un modo fiabesco eppure autentico, oltremodo somigliante a quello che conosciamo o che ci hanno raccontato, un modo dove ogni cosa è insieme comune e prodigiosa. Al di là di questo aspetto, per quanto estremamente affascinante e dal quale dipende molta della fortuna del libro, Cent’anni di solitudine è un romanzo estremamente complesso – finanche nella trama, ricchissima di avvenimenti e anche di personaggi di cui, talvolta, si fa fatica a seguire la tortuosa genealogia – che si presta a molteplici livelli di lettura. È non poco allettante, per esempio, considerare l’epopea dei Buendía come un’allegoria della storia dell’umanità che si arricchisce di suggestioni bibliche. La Macondo dell’inizio, dove “molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”, ricorda l’Eden, e José Arcadio Buendía, con la sua brama di conoscenza, fa pensare a un novello Adamo, fino a giungere, dopo aver attraversato epoche e vicende, alla distruzione definitiva di Macondo dall’innegabile sapore apocalittico. A dominare su tutto e tutti Ursula, la matriarca, la sola ad accorgersi che il tempo non passa ma gira in tondo, riflessione corroborata da quella di Pilar Ternera, anche lei a suo modo matriarca, in quanto ‘madre illegittima’ dei figli di José Arcadio e di Aureliano, per cui “la storia della famiglia era un ingranaggio di ripetizioni irreparabili”. E così, Cent’anni di solitudine è un loop, riporta alla mente la storia del re che chiede alla serva di raccontargli una storia, con la serva che comincia a raccontare di un re che chiede alla serva di raccontargli una storia, all’infinito. Qui, però, l’infinito lascia il posto alla fine, “perché le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra”. Epico, immaginifico, indimenticabile.
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