L'ombra dello scorpione
Il romanzo-monstre che a Stephen King piace da sempre presentare come il suo manifesto poetico ha (anche) una storia editoriale articolata: finito nel 1978, il quarto libro dello scrittore del Maine fu tagliato di 400 e passa pagine su pressione dell'editore americano, che giudicava invendibile un mattone più spesso dell'elenco del telefono di una metropoli da 10 milioni di abitanti. Una volta raggiunto un peso contrattuale più massiccio a botte di milioni di copie vendute, nel 1990 King ha preteso di dare alle stampe l'uncut version de L'ombra dello scorpione, che oltre all'aggiunta di materiale vede anche alcune modifiche del plot e un'attualizzazione della vicenda, ora ambientata negli anni '90 anzichè nel 1980 (ma curiosando qua e là fioccano i bloopers, alcuni pazzeschi): presente anche una sorta di appendice che fa da ponte con la saga de La Torre Nera, con la quale c'è in comune il cattivissimo Randall Flagg. Ispirato - come racconta lo stesso Stephen King nel suo saggio Danse macabre - dal capolavoro post-apocalittico La terra sull'abisso di George R. Stewart, dalla incresciosa vicenda del rapimento dell'ereditiera Patty Hearst e dalla visione di un documentario sulla guerra batteriologica, L'ombra dello scorpione - che ha ispirato canzoni, fumetti, miniserie tv, film - è la summa dei temi-cardine e degli stilemi della scrittura del Re: tante storie diverse che convergono spazialmente, ritmo forsennato, alternanza tra atmosfere urbane o splatter e spazi mistico-bucolici, working class heroes, l'handicap, l'infanzia, la religione, la malattia, la morte. Che qui arriva sotto forma di una terrificante pandemia di super-influenza che spopola il pianeta in meno di un mese (abbastanza attuale, no?) soffocando l'umanità nel catarro. Il mondo finisce in uno starnuto moccioloso, etciù. Se dobbiamo leggere il romanzo come una gigantesca, escatologica allegoria della fine dell'America moderna, come la cronaca del tramonto di un'era, allora i paragoni con Il Signore degli Anelli - che da subito i critici hanno sfoderato - non sono poi così forzati. E la Mordor di King è - e non poteva essere altrimenti, in fondo - una infernale Las Vegas.
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