Ofelia e la luna di paglia
L'anelito verso l’assoluto, l’infinito, l’iperuranio che da sempre caratterizza la scrittura di Antonio Messina se possibile con questo Ofelia e la luna di paglia si fa più marcato, quasi doloroso. Il team di depressi tabagisti del 2122 protagonista del romanzo tenta di sfuggire alla miseria materialistica del proprio tempo (che, ahinoi, somiglia così tanto al nostro) ‘scaricando’ le proprie nevrosi (e i propri sensi di colpa, e i propri vuoti affettivi, e i propri sogni impossibili, e le proprie voglie di fuga, e, e, e) nella creazione di un mondo virtuale, l’ambientazione di un videogame di ultima generazione che si rivela più reale del reale. Ma la freccia direzionale non va solo dalla realtà verso Erasmus4 (questo il nome del gioco): anche i personaggi del videogame, ormai dotati di autocoscienza e sensibilità, fanno sentire le propria voce, che non è quella di semplici burattini senza anima, e reclamano un posto nella realtà, nella vita ‘vera’. Questo aspetto potrebbe ai più far tornare alla mente il tormentato protagonista di "Nirvana" di Gabriele Salvatores, se non fosse che Messina - inguaribile romantico - va in direzione ostinata e contraria rispetto all'agglomerato di byte interpretato mirabilmente da Diego Abatantuono: costui reclamava la fine della virtualità e una sorta di diritto al reale, lo scrittore siciliano d'origine e patavino d'adozione rivendica il diritto a perdersi, ad abbandonare la nave, a rifugiarsi nel virtuale perché la vita 'vera' fa troppo male. A proposito, che cos’è la vita? Come di consueto, Antonio Messina utilizza come mero – ma sublime – pretesto il genere fantastico-fantascientifico per porre grandi questioni, indagare su temi profondi, scandagliare antichi misteri. E di questo possiamo soltanto ringraziarlo.
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