L'inferno peggiore

L'inferno peggiore
Paulus Saint Paul de L'Aire, mercante d'arte sulla soglia dei novant'anni molto noto nell'ambiente internazionale, e Gino, il suo aitante e incolto autista. Li hanno trovati nella villa cagliaritana del vecchio gentiluomo, seduti su due sedie rinascimentali, morti avvelenati. Davanti a loro, un armadio distrutto a colpi d'ascia e un quadro senza prezzo, di cui si credevano perse per sempre le tracce. Il giudice Maniero deve, obtorto collo, occuparsi della faccenda. Ma chi ha ucciso chi? Perché? E quanto è coinvolta nella tragedia Zina, la governante di casa? La ricerca della verità si snoda attraverso tre punti di vista. Quelli in terza persona di Maniero, che segue le indagini sperando di venirne fuori in fretta per andarsene in ferie; di Saint Paul, la cui storia è ripercorsa per lunghi flashback. E quello in prima persona di Gino, che dal mondo dei più rivede, con una lucidità che non gli era mai stata data prima, tutti i passi che lo hanno condotto alla fine, un po' come succede a Joe Gillis/William Holden in "Viale del tramonto". Gino è l'uomo delle occasioni mancate, dell'esistenza sprecata nella futilità, della cecità intellettuale che gli ha impedito di elevarsi dalla rozzezza, dell'aridità affettiva che non gli ha fatto riconoscere e apprezzare il vero amore. Un superficiale con le mutande griffate e il fisico scolpito, che sa parlare solo di calcio, di femmine, di macchine, e non distingue una crosta da un capolavoro. E che si è dannato con le sue mani...
Cantante lirico oltre che scrittore, Gianluca Floris, sembra occhieggiare alle relazioni canoniche stabilite dal melodramma fra i personaggi dei libretti d'opera, e non si fatica ad immaginare Gino, Saint Paul e Zina come protagonisti del classico triangolo musicale composto da tenore, baritono e soprano: due uomini, e fra loro una donna e un dramma che cova sotto la cenere. Man mano che si svolge l’intreccio di passioni e delusioni che ha portato all’esito fatale, viene a fuoco la radiografia dell'insormontabile differenza di classe fra l’autista e il suo padrone. Un abisso che non ha niente a che fare coi soldi, ma con la finezza d'animo. Perché Gino, anche se fosse riuscito a mettere le mani sui milioni di euro a cui aspirava, non sarebbe mai stato niente di diverso da quello che era. A dispetto di quanto dichiarato in copertina, il romanzo ha poco del thriller, e si allinea piuttosto sul versante del giallo da camera con venature psicologiche, visto che ai due cadaveri iniziali non fa seguito nessun altro crimine, e lo scopo narrativo è semplicemente quello di arrivare, senza eccessi di adrenalina, alla soluzione dell'enigma. Sul plot grava il peccato veniale di un movente un po’ troppo letterario, riscattato però da un’idea di castigo finale ancora più angosciante e punitiva di quella di A porte chiuse. Sartre diceva che l’inferno sono gli altri. Floris si spinge oltre: l’inferno siamo noi. La vera condanna eterna è un non-luogo in cui si è soli ad osservare se stessi dall'esterno, con impietosa consapevolezza. E l'inferno più doloroso è il rimpianto di rendersi conto troppo tardi, quando i giochi sono fatti e non si torna più indietro, di aver buttato via la propria vita.

 

 

 

 
 
 
 
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