Sotto le stelle di un film

Sotto le stelle di un film
L'autobiografia di Pupi Avati raccontata in prima persona dal regista (con l'aiuto di Paolo Ghezzi): l'infanzia nella Bologna degli anni '40, la famiglia e le amicizie, gli amori, la passione per le belle ragazze e il jazz, la filosofia di vita, il rapporto con la religione e, ovviamente, le peripezie vissute per inseguire il sogno di diventare regista cinematografico, coraggiosamente e meritatamente raggiunto nonostante i primi insuccessi bolognesi e l'azzardo di aver abbandonato una brillante carriera dirigenziale in una nota azienda di surgelati. In appendice, oltre all'intervento del fratello produttore Antonio, gli album fotografici di famiglia e dal set (ricchi di immagini inedite), la filmografia, il giudizio dei due fratelli Avati sui film sin qui realizzati e "l'abbecedario avatiano", ovvero i commenti espressi dalla critica nell'arco della quarantennale carriera cinematografica di Pupi...
«Il mio sogno era diventare un grande clarinettista jazz. Ma un giorno nella nostra orchestra arrivò Lucio Dalla. All'inizio non mi preoccupai più di tanto, perché mi pareva un musicista modestissimo. E invece poi ha manifestato una duttilità, una predisposizione, una genialità del tutto impreviste: mi ha tacitato, zittito, messo all'angolo. Io a un certo punto ho anche pensato di ucciderlo, buttandolo giù dalla Sagrada Familia di Barcellona, perché si era messo in mezzo tra me e il mio sogno.» Questo ricordo politicamente scorretto di Pupi Avati (Bologna 1938) riguardante i suoi trascorsi jazzistici giovanili e riportato proprio sulla copertina di Sotto le stelle di un film, lascia subito trapelare il contenuto di questa autobiografia. E pur non sapendo chi tra l'editore, il curatore Paolo Ghezzi o lo stesso Avati, abbia scelto di mettere la frase in bella mostra, non si può non condividere questa decisione. In quella posizione, infatti, quel ricordo si configura come una dichiarazione d'intenti. Ovviamente non riguardante l'intento di eliminare fisicamente il "rivale" Lucio Dalla, bensì in quanto la frase rende egregiamente l'idea della schiettezza, mista ad un pizzico di drammatizzazione autoriale, con cui Pupi Avati si racconta al lettore, trasformandolo in una sorta di confidente. Tra aneddoti gustosi e momenti più intimi, Avati ripercorre i suoi settanta anni di vita, quaranta dei quali trascorsi, tra trionfi e insuccessi, lavorando come regista in quella Roma di Cinecittà che aveva scelto come patria d'adozione per coronare il suo sogno del cinema e fuggire dalla provincia velenosa. Un racconto sul filo dei ricordi (frutto di una serie di registrazioni raccolte e ordinate con cura da Paolo Ghezzi), che con la sua verve – dote assai rara quando si parla di autobiografie - riesce a tener desta l'attenzione del lettore dall'inizio alla fine. E visto il consolidato affiatamento di Pupi con col fratello minore Antonio, non poteva mancare all'interno del libro uno spazio riservato a quest'ultimo, il quale in sole trenta pagine riesce a confermare, qualora ce ne fosse stato ancora bisogno, come il suo apporto, benché spesso fuori dalla luce dei riflettori, sia da sempre una delle componenti fondamentali del successo raggiunto da Pupi.

Leggi l'intervista a Pupi Avati

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