Una donna senza sogni

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Una donna senza sogni

Paula Trousseau cresce in un ambiente ostile: due fratelli con i quali comunica poco, un padre despota che impone scelte e regole, una madre fragile e spesso preda dei fumi dell’alcol. Continue tensioni e litigi frammentano le giornate della ragazza, che si acuiscono quando - nonostante il parere contrario di Hans, il marito, e della famiglia - Paula decide di iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Berlino per diventare pittrice. Nel tentativo di farla desistere dai suoi obiettivi, Hans mette incinta Paula. La giovane non si arrende e superata la prova di ammissione porta avanti studi e gravidanza. Con il pretesto che a causa della scuola Paula trascura i suoi doveri di madre, Hans ottiene l’affidamento della bambina. Per la giovane è la svolta: intrecciata una relazione con Waldschmidt, suo professore, si introduce negli ambienti alla moda, conosce gente del mondo dell’arte e espone un suo quadro alla mostra del Marstall, meta ambita da tutti i giovani artisti. Mentre instaura amicizie affettuose anche con donne affascinanti o bizzarre, il rapporto con Waldschmidt si logora chiudendosi in malo modo. L’attore Jan Hofmann si affaccia nella sua vita e dopo un inizio contrastato viene allontanato a seguito della nascita di un figlio che Paula decide di allevare da sola. Ma i problemi per la donna sembrano non avere fine…
Intenso: è questo l’aggettivo che meglio caratterizza l’ultimo romanzo di Christoph Hein, non tanto per l’intreccio narrativo quanto piuttosto per l’analisi psicologica con cui vengono presentati fatti ed eventi. Il periodo storico, una Germania tra gli anni Settanta e Novanta che ancora risente e si trascina tra tutte le imposizioni e le politiche instaurate dalla STASI e che a poco a poco fomenta una rivoluzione che porterà alla caduta del muro di Berlino, sembra essere solo un elemento di contorno, in grado di influenzare solo in parte il percorso evolutivo dei protagonisti. La sicurezza ‘organizzata’, il controllo subito per anni, la concessione di privilegi speciali, la convivenza con popolazioni straniere – ed è questa la lettura in chiave psicologica che può esserne fatta - accende nei protagonisti il profondo desiderio di libertà: di pensiero, di costumi, di convinzioni, di una vita libera da convenzioni. Eppure questa libertà è guadagnata e raggiunta da ciascuno a caro prezzo: un ideale (se così lo si può chiamare, almeno in questo contesto) che ha l’amaro sapore della solitudine. L’incomunicabilità, lo scontro con l’opportunismo, il bisogno di sanare affetti mancati sono battaglie condotte nel silenzio della propria coscienza, con stordimenti alcolici o viaggi di evasione, con la perdita dell’individualità dove il mondo esterno resta una piccola comparsa in un palcoscenico troppo grande per poter emergere. Compromessi così cari da inaridire e esacerbare a poco a poco l’anima dei protagonisti. E la vita diventa uno specchio duro in cui riflettersi: avvicinamenti tentati e falliti e più schietti allontanamenti affettivi accomunano i protagonisti in un gioco sottile e avido di possesso, di pretesa senza chiedere o dare, senza volontà di sacrificarsi come puro atto di amore. In questa concezione, perfino il sentimento diventa un oggetto da riporre su uno scaffale come trofeo di conquista. A quale prezzo si è arrivati alla libertà.