Si celebrano i funerali di Sandro Curzi, il protagonista della ruggente stagione di TeleKabul, il comunista che piaceva alla ggente, con la sua pelata da Kojak, la pipa, il ragionare lineare e vicino al senso comune. Il sindaco di Roma Alemanno ha concesso l'uso della Sala della Protomoteca in Campidoglio, e davanti alla bara siede tutta l'intellighenzia di sinistra e non solo. La figlia di Curzi, Candida, ha appena letto una lettera del grande vecchio della sinistra italiana, Pietro Ingrao, che ha ricordato il ruolo importante di Sandro nella Resistenza romana antifascista, e ora sul palco si alternano oratori eccellenti: Veltroni ricorda – tra le altre cose - il ruolo importante di Sandro Curzi nella Resistenza romana antifascista, Bertinotti ragiona elegantemente del ruolo importante di Sandro nella Resistenza romana antifascista. Poi tocca a Francesco 'Citto' Maselli, il regista, grande amico di Curzi per tutta la vita. Egli fa sommessamente notare che Sandro era del '30, e quindi a 14 anni questo ruolo da punta di diamante della Resistenza non lo aveva avuto assolutamente, ma quando mai. Una cialtronesca papera collettiva? O piuttosto una forzatura della realtà piegata alla lotta politica contro un sindaco di destra? Oltre al funerale di Curzi, quello è stato il funerale degli intellettuali, della classe dirigente, dei comunicatori per eccellenza: i giornalisti. Buffoni di corte, organismi geneticamente modificati, servitori di n padroni, nuovi mostri...
Chi sono oggi i Pasolini, i Moravia, gli Sciascia, i Calvino che sferzavano il potere e il pubblico proponendo punti di vista non rassicuranti, scomodi prima di tutto per loro, fuori sincrono rispetto al pensiero dominante? Boh. La melassa del consenso e il bipartitismo del pensiero hanno soffocato qualsiasi voce non gradita e non allineata, la politica è a brandelli, la casta annaspa esibendo crassa ignoranza (vedi le esilaranti e/o desolanti inchieste de Le Iene) e appetiti più o meno leciti ma sempre smodati, il Caimano impazza e la malavita organizzata prospera. Questo il mondo dipinto dal rabbioso ma non troppo pamphlet di Oliviero Beha, che lancia una crociata contro la banalità dolosa, la normalizzazione, la sciatteria, l'appiattimento. Intento più che nobile veicolato però da un libro un po' troppo verboso e ripetitivo, che divagando si perde troppo spesso rabbia ed energia per la strada. I nuovi mostri avrebbe avuto bisogno di un robusto editing e di una sforbiciata qua e là, diciamolo: ché anche la sintesi giova alla causa della buona comunicazione.
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