Yes she can
11 novembre 2008. Con un vestitino rosso fiammante, Michelle Obama si appresta a varcare le soglie della Casa Bianca da First Lady, una settimana dopo l’epocale elezione del marito Barack a presidente degli Usa; è colorata, sorridente, altissima. Immagini che entreranno nella storia, la prima famiglia afroamericana alla Casa Bianca. Ma chi è veramente Michelle Obama? Qual è la sua storia? Come un vero american dream, Michelle LaVaughn Robinson, dal quartiere nero della periferia di Chicago, dove è nata, approda a una delle migliori università degli States, scontrandosi con una realtà non ancora pronta all’integrazione tra bianchi neri; memore delle sue radici, infatti, affronta la spinosa questione nella sua tesi di laurea, "I neri istruiti di Princeton e la comunità nera", e si domanda sempre più spesso se tutti i suoi successi scolastici non la porteranno solamente a inserirsi da nera - e in quanto tale emarginata - in una società di bianchi e dominata dai bianchi. Seguono anni di specializzazione ad Harvard e la scoperta di una politica dal volto umano, volta a cancellare queste segregazioni culturali e razziali; politica incarnata dal futuro marito Barack, già a quei tempi impegnato a “cambiare il mondo dal basso”, dice. E poi il matrimonio, l’amore, la famiglia: una coppia che, come dicono i media, non si vergogna di dimostrare anche in pubblico il reciproco feeling, nonostante svariati anni di vita coniugale. Ma sarà vero che Michelle, la prima First Lady nera, riuscirà a imporsi con la sua personalità e i suoi ideali, diventando “l’epicentro di una rivoluzione culturale al femminile”?
Così, infatti, nel libro, viene presentata Michelle: oltre a raccontarne per filo e per segno la biografia, si tenta più volte di farla apparire come la nuova pasionaria silenziosa del ventunesimo secolo. Che l’arrivo di una afroamericana alla Casa Bianca rappresenti una svolta senza precedenti ne siamo ovviamente tutti sicuri: sulla portata “rivoluzionaria” della moglie del presidente è lecito nutrire ancora qualche riserva. Certo è che la sua storia, come si può leggere in Yes she can infonde un po’ di speranza a chi, venendo dal basso, sa che per avere successo dovrà contare solo sulle sue capacità: aver conseguito questo, nel mondo d’oggi - e possiamo immaginare a maggior ragione nell’America degli anni ’80 - come è successo per Michelle, non è per nulla facile. E poi, diciamocelo, rivoluzionaria o no, perlomeno la signora Obama è molto più simpatica della signora Bush.

Isabella Rossellini vi consiglia: 



