Per il resto chiedete a Pennac

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Per il resto chiedete a Pennac
Dopo anni di selezioni e lavoretti disarmanti, nonostante l'ennesimo colloquio-farsa con la bella e provocante team leader Flavia, Erwin grazie a Dio ha finalmente ottenuto il suo bel lavoro a progetto nella patria dei precari che ce l'hanno fatta: la Call Center City. Così, col suo bel tesserino identificativo sul petto e le cuffiette con microfono di ordinanza infilate sulle orecchie, viene stipato assieme ad altre new entry nella “baby zoo”, la zona per i nuovi arrivati, in realtà batteria da polli d'allevamento, pronti a “fare chicchirichì e cagare un tot di contratti a settimana”, pur di mantenersi stretto l'agognato incarico. Tutto risolto quindi? Terminati per sempre i periodi di vagabondaggio lavorativo trascorsi a elemosinare poche lire in cambio di sporca manovalanza offerta per vendemmie, carico e scarico, vendita di pubblicità? Terminate per sempre le scenette famigliari messe in atto quotidianamente da genitori-macchietta, sempre generosamente abili nel distruggere piuttosto che costruire? E le ambasce di cuore, affidate di volta in volta a donnine cassa di risonanza dei suoi affanni, anche quelle definitivamente superate? Ma nemmeno per sogno! A Erwin bastano pochi minuti per inquadrare immediatamente lo scenario di ciò che da quel momento lo attenderà. All'interno dell'open-space vigono regole da lager, con ritardi di pochi secondi prontamente segnalati dai capi-controllori e domatori pronti a cronometrare e confrontare le prestazioni. All'esterno si trova a fare i conti con la più astrusa e variegata sottospecie di umanità, pronta a tutto pur di difendere la propria privacy dai continui e asfissianti attacchi di sconosciuti venditori telefonici ossessionanti come sanguisughe. Il contratto d'altronde parla chiaro. C'è l'obbligo tassativo di concludere cinque contratti a settimana se non si vuol subire l'umiliazione del ritorno nel girone dei disoccupati. Ma Erwin è positivo: ha la sua Patrizia a fare da incentivo morale e assicurazione sul futuro, e poi ha una laurea da prendere per poter finalmente un domani emergere e scongiurare definitivamente quell'inferno di precarietà. O no?...
Il palermitano Erwin de Greef ci regala la sua seconda fatica letteraria per la Coniglio Editore, dopo Dio c'è e bacia benissimo. E lo fa affrontando di pancia il padre di tutti i temi moderni: il precariato. Difficile su questa tematica oramai riuscire a dire qualcosa di nuovo. Letteratura, cinema, sociologia, politica, tutti hanno detto a torto o a ragione la loro oramai sull'argomento. De Greef tenta la via della leggerezze e dell'ironia, ma lo fa con fortune alterne. Alcuni spunti sono davvero pregevoli – il titolo, gli intermezzi dei paragrafi con gli scambi telefonici tra il protagonista e i clienti del call center, o i siparietti famigliari messi in scena come farse teatrali. Altri purtroppo si perdono un po' troppo nel luogo comune e nel già visto e sentito, sopratutto lì dove l'autore utilizza un registro eccessivamente bukowskianeggiante. Uno stile più personale avrebbe certamente giovato alla narrazione che comunque scorre via leggera, senza pause e appesantimenti, in una lettura che risulta alla fine certamente scorrevole e godibile.