Senza sapere invece

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Senza sapere invece

C’è un ragazzo a Napoli nel 1968 che insieme a tanti altri esce di casa senza salutare e se ne va rinnegando tout court l’autorità paterna, non sapendo precisamente dove, ma certamente inseguendo le tracce nitide di un sogno che si chiama comunismo. Niente a che vedere con quello gerarchizzato, disciplinato, trasformato nel corso della storia dalle mire folli di certi individui. Il comunismo di quell’imberbe diciottenne e di milioni come lui è pulsante, vitale, ha sete di uguaglianza, di diritti, si affranca dalla prepotenza, dal potere imperante e smentisce ogni privilegio. E’ puro, generoso, è tutto da inventare. E Napoli lo accoglie, a modo suo, che è un modo unico. Dai balconi, al posto delle armi volano vasi di gerani e agli insorti nelle piazze si lanciano limoni che consolino gli occhi dai lacrimogeni. I giovani, i compagni, gli idealisti assaggiano il sapore pieno della lotta che dà la libertà e quello aspro della prigione che fa ammalare. Ma il comunismo, quel comunismo, è un moto di salute pubblica, un Robin Hood a immagine e somiglianza del “collettivo”, che ruba la luce per darla ai poveri, che scava senza sosta nell’ingiustizia sociale per raschiarla via definitivamente, che si mobilita in massa a difesa del licenziamento di un operaio. Quel comunismo è stato d’animo, sentimento, sangue che scorre senza mai raggelare, è commozione autentica, è qualcosa che non si può spiegare di questi tempi alle nuove generazioni, perché o ti bolle dentro o si fatica a trovarlo fuori. E quel che duole ai superstiti in fase d’estinzione, feriti e devastati a più riprese da fuochi nemici e amici, è forse l’eco martellante di una sentenza di condanna definitiva, che brucia in misura maggiore rispetto a quella (pure dichiarata) di morte. Perché chi parla, oggi, troppo sovente dice… senza sapere invece.
Un testamento umano e politico? Una sorta di liberatorio outing? Il punto sul passato che torna, anzi non se n’è mai andato? Un atto dovuto. Sì. La brevissima e accorata confessione del settuagenario scrittore, apparsa già nel 1990 su Il Manifesto e, per il piacere di spiriti fini, rinverdita nel 2008 nella collana I sassi di Nottetempo, è innanzitutto questo, un lucido tributo senza sconti eppure carico d’amore verso un’età che sembra abissalmente lontana. Quella in cui qualcuno, all’alba dei diciotto anni, credeva sul serio, con le più nobili intenzioni, di potere cambiare il mondo. Poi il mondo è cambiato, suo malgrado.