Strade rosse
Spesso i libri che prendono spunto da un diario di viaggio risultano alla lunga noiosi e ripetitivi, ma McClintock organizza il suo resoconto unendo alla sua personale storia di integrazione nella tribù dei Piedineri il susseguirsi delle stagioni e dei ritmi che la vita all’aperto comporta. Un racconto che rende giustizia appieno ad una natura che oggi è solo un ricordo, quindi, ma c’è di più. Si può quasi dire che con questo libro, McClintock si cali in un ruolo profetico. Il libro si apre infatti con una frase emblematica: “Ero stanco del trambusto, della grigia schiavitù degli affari, da mattina a sera in un ufficio-prigione; [...] Volevo scuotermi di dosso le convenzioni sociali per lasciare le preoccupazioni e lo stress della città moderna, dove gli affari e il denaro sono lo scopo principale dell’uomo”. Se pensiamo che questa frase è stata scritta alla fine dell’800, McClintock ci appare con un occhio diverso, quasi come il precursore di un sentimento di inadeguatezza assai diffuso oggi, quello di chi si sente stretto in una scatola forse troppo piccola. Il precursore di un nuovo modo di concepire il viaggio, inteso non come villeggiatura, ma come scoperta di culture diverse. È un libro questo che infonde un forte ottimismo - non nell’uomo ovviamente, ma nella Natura. Una Natura che ridimensiona - e ne abbiamo veramente bisogno - la nostra figura e il nostro ruolo in questo mondo.
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