Dei bambini non si sa niente

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Dei bambini non si sa niente
Davanti a un campo di granoturco, in uno di quei pomeriggi di caldo e di luce di fine estate una bambina canta una melodia senza parole, come fosse un mantra. Nello spiazzo dei giochi non c’è più nessuno, la scuola sta per riaprire e in due mesi sono successe cose che hanno cambiato la sua vita e quella degli amichetti con cui ha condiviso le vacanze. Martina ha appena dieci anni e un dolore dentro che non sa spiegare. Tutto ha avuto inizio quando insieme alla sua compagna di classe Greta e al coetaneo Matteo ha fatto gruppo con due ragazzini più grandi: Luca e Mirko, rispettivamente di dodici e quindici anni. Martina si è anche presa una cotta per Mirko, il capo banda, che ogni giorno conduce i suoi adepti in un luogo segreto, un capannone abbandonato. Lì i bambini, lontano dagli sguardi degli adulti, scoprono gradualmente il sesso. Si tratta di sensazioni che hanno a che vedere da un lato con l’innocenza di una vaga presa di coscienza sul corpo, dall’altro con l’illusione di sentirsi grandi. Mirko però li spinge oltre, scaraventandoli in un gioco che si fa di volta in volta più pericoloso, al punto da sfociare in tragedia...
Sono trascorsi dodici anni dalla prima pubblicazione di questo romanzo d’esordio dell’allora giovanissima Simona Vinci. Einaudi, per Stile Libero, lo ripropone oggi con una nuova copertina a sfondo bianco e l’immagine degli anfibi rossi di Martina. Se nel lontano 1997 il libro ha suscitato scandalo e sollevato un bailamme tra critici e lettori, al tramonto del 2009 non dico passerà inosservato, ma sicuramente genererà meno stupore. Adesso dei bambini si sa qualcosa in più; la cronaca nera entra con insistenza nelle nostre cucine, mentre mangiamo, nel bel mezzo delle nostre chiacchiere distratte e la quotidianità in famiglia ci allerta segnalandoci che quello che capita altrove può capitare anche nelle nostre case strabenedette. Ci sono due aspetti con cui dobbiamo fare i conti: il primo è che i bambini sperimentano molto presto la sessualità attraverso il contatto reciproco. Si guardano, si scrutano, poi si toccano. E’ normale e naturale, anche se noi l’abbiamo rimosso. Il secondo punto, invece da non sottovalutare, è che lo spirito d’emulazione, quando non controllato e guidato da persone che ne conoscano il limite e le conseguenze, può sortire in situazioni senza ritorno. Il mondo dell’infanzia e dell’adolescenza (quello “oscuro”, non edulcorato da visioni à la Mulino Bianco) è quasi un tabù per parecchi genitori e il problema sta proprio qui, nell’incapacità di accompagnare i figli nella crescita, fornendogli gli strumenti adeguati per diventare adulti. La Vinci descrive in questo senso uno spaccato della nostra società abitata da soli bambini (quelli veri e quelli che dovrebbero fare la parte dei genitori). Non si tratta semplicisticamente di una deriva di valori, ma della scomparsa dei ruoli e peggio di quella consapevolezza indispensabile per fare andare il mondo nel verso giusto. Da questo punto di vista la vicenda narrata risulta quanto mai profeticamente attuale e se ascoltiamo la voce di chi opera professionalmente dentro l’adolescenza, capiamo che il quadro di totale solitudine e incauta “solidarietà” rappresentato dall’autrice non è per niente avulso dalla realtà. Detto ciò, resta da domandarsi in cosa consista il pregio di questa opera, la cui natura è, non dimentichiamolo, puramente letteraria. C’è chi in passato ha voluto inserire il testo all’interno della voga cannibale e di quel genere un po’ splatter intorno a cui bazzicavano diversi scrittori degli anni ’90. Alcuni, puntando i riflettori sul taglio scabroso della storia si sono audacemente spinti a paragoni con Zola e McEwan. Infine i più maligni hanno pensato a un’operazione essenzialmente commerciale: la novella musa della scrittura vuole fare parlare di sé e ricorre (magari abilmente pilotata) all’arma vincente dello “scandalo”. Personalmente credo che Dei bambini non si sa niente sia un romanzo coraggioso, eppure di mediocre qualità artistica. Lo affermo a ragion veduta, perché conosco la Vinci successiva. In queste pagine approcciamo alla sua sensibilità e al suo gusto, ma ci troviamo ancora di fronte a un talento acerbo. La storia in sé, non fosse per il soggetto extradelicato che affronta, è piuttosto scarna e riassumibile tutto sommato in due righe. Il ritmo è lento e inciampa in “scene” spesso ripetitive anche da un punto di vista stilistico (i bambini che guardano dalla finestra, i bambini che mangiano senza guardare, la bambina che guarda il campo e canta…). Tra l’incipit e l’epilogo, gli ingredienti della trama mi paiono impastarsi senza evidenti note di spicco, come se tutto l’ordito avesse lo stesso sapore. E’ da leggere allora questa Prima? La risposta, nonostante le ultime considerazioni, è affermativa, non soltanto per lo schiaffo che infligge alla nostra fittizia e zoppicante moralità, ma soprattutto per comprendere meglio i “gioielli” che hanno consacrato da lì a breve l’autenticità di un’autrice di razza. Simona Vinci, infatti, è stata capace, dopo questo botto editoriale discutibile, di prendere una sua strada creando quella scrittura “corporea”, personalissima e incisiva, per la quale è annoverata tra le voci più interessanti della narrativa femminile italiana contemporanea.