Diario dalla galera
L'opera di Kertész viene riconosciuta, in patria e all'estero, solo dopo il crollo del muro di Berlino e il conseguente scioglimento del Patto di Varsavia. Nel 2002 gli viene conferito il premio Nobel per la Letteratura perché “la sua opera pone la fragile esperienza dell'individuo contro la barbara arbitrarietà della storia". La lettura del diario invoglia a riprendere in mano i romanzi di Kertész: riconosciamo lo stile dello scrittore, ma leggiamo che “tutto ciò che per il pubblico è solamente un benvenuto segno di riconoscimento dello scrittore, le sue espressioni (...) la musica inconfondibile del suo testo, tutto quello che si definisce come “stile”, per lo scrittore è un peso amaro, una catena da cui egli vuole continuamente liberarsi mentre essa lo tira sempre più verso il fondo”. Il tema della schiavitù, fisica e morale, riemerge incessante. Le continue citazioni rivelano le sue letture, gli autori che sta traducendo e i pensieri filosofici che lo accompagnano. E lo immaginiamo mentre ascolta l'ottava sinfonia di Beethoven o la Passione secondo Giovanni di Bach, che l'autore definisce “penetrante in ogni fibra del corpo”. In questo percorso di conoscenza dello scrittore e di intimità con l'essere umano, scopriamo i contrasti inconciliabili che lo animano: la sua alienazione dalla società nichilista e depravata, ma anche l'attenzione con cui studia i fenomeni del nostro secolo; la spietatezza diretta contro se stesso e le sue frustrazioni, ma anche i suoi valori, la sua concezione di arte e di scrittura, le riflessioni sui concetti della vita e della morte, della felicità, della libertà di pensiero. Kertész vede la scrittura come una faccenda privata: “Lo scrittore scrive per se stesso”, ha affermato nel suo discorso per il Nobel. In nessun genere letterario questo è più vero che in un diario, ma nella vita e nell'esperienza dell'autore, nelle sue considerazioni, il lettore ritrova parte delle proprie, che non era stato così abile nel trascrivere.
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