Trilogia della città di K.
Impossibile non partire dalla sua storia editoriale per analizzare il capolavoro di Agota Kristof, che è una trilogia postuma e artificiosa, per così dire, perché composta da tre romanzi - Il grande quaderno, La prova, La terza menzogna - pubblicati nell'arco di 5 anni dal 1986 al 1991 e quindi pensati come entità distinte, e comunque nati da periodi diversi della vita della scrittrice. Una vita che (la Kristof è fuggita col marito e la figlia piccola dalla natia Ungheria in Svizzera per sfuggire alla repressione sovietica del 1956) entra prepotentemente nei tre romanzi: addirittura Il grande quaderno, come ha svelato la stessa scrittrice, nasce da piccoli racconti autobiografici sulla sua infanzia vissuta assieme al fratellino durante la Seconda Guerra Mondiale ("(...) poi cambiai il mio nome e quello di mio fratello e trasformai i personaggi in due maschi e poi in due gemelli. Da quel momento non scrissi solo di cose da me vissute ma cominciai a immaginare altro. Lasciai l'autobiografia e riorganizzai quei capitoli per uno struttura romanzesca"). Ovvio quindi che sia perfettamente visibile - nemmeno tanto in trasparenza - l'intento di raccontare per metafora la grigia parabola del socialismo reale vista dalla prospettiva di un Paese satellite dell'URSS (nei due eserciti che si scontrano all'inizio del romanzo è facile riconoscere quello nazista e quello sovietico): la censura, la burocrazia cieca, la corruzione, la povertà, la repressione, la chiusura al mondo esterno. Ma non ci si limita alla denuncia sociale e politica: le parole (poche, secche, gelide) e le immagini (dolorose come schiaffi o morsi o tagli) diventano carne e sangue, cupo orrore, disperazione senza vie d'uscita. Fiaba nerissima e sconvolgente, finissimo esercizio psicoanalitico (il doppio, l'identità, la maternità, la sessualità) e filosofico (la verità, la morte, il senso del possesso), Trilogia della città di K. è scritto in uno stile che parte stentoreo, rarefatto e man mano che i bambini protagonisti crescono si arricchisce e si fa più letterario, pur restando asciutto al limite dell'anoressia ("All'inizio non era per niente così. Anche quando scrivevo in ungherese ero melliflua, romantica, troppo letteraria. Solo quando ho cominciato a scrivere i capitoli della prima parte della Trilogia ho cercato fortemente un nuovo linguaggio: dovevo rendere lo stile di un libro scritto da dei bambini, anche se un po' speciali, molto intelligenti e autodidatti, che amano i dizionari com'eravamo io e mio fratello"). Emozioni forti, plot evocativo, ambientazione e arco storico fascinosi: basterebbe, ma c'è di più. Ed è proprio quel di più a rendere i tre romanzi della Kristof capolavori che marchiano a fuoco la memoria di chi li legge: il geniale labirinto nel quale intrappolano il lettore, che dopo un po' - tra diari e deliri, vite immaginate e vite vissute veramente - non sa più qual è la verità e chi sono per davvero i protagonisti, fino alle rivelazioni finali, che comunque si accolgono con incredulità, con un senso di sospensione che continua a vibrare come un diapason dentro la testa e il cuore dopo la lettura, per anni, per sempre. Minimale e micidiale.
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