La torre di Silvano
MEF
Gian Paolo Grattarola
voto

Silvano Rupestro è un giovane avvocato piccolo borghese che risiede a Lunaria, una cittadina di provincia a ridosso del mare, in un’antica torre pericolante la cui origine si perde in un passato ignoto. Nonostante l’accertata friabilità del terreno su cui sorge dovrebbero spingerlo ad accettare l’invito del sindaco ad abbandonare l’abitazione, l’uomo resiste ostinatamente. A quelle mura, che lo avvolgono con un senso di protezione fin dall’infanzia, non riesce assolutamente a rinunciare nemmeno adesso che i propri genitori sono deceduti e ne è rimasto il solo inquilino. Durante il giorno presta servizio presso lo studio legale del dottor Vito Savoldello, un anziano professionista che nel corso della sua lunga carriera non ha mai rinunciato a nessun forma di compromesso e di scaltra spregiudicatezza pur di fare strada e denaro. Ma Silvano, che al contrario è dotato di un animo estremamente sensibile, è ormai persuaso di aver imboccato una strada professionale a lui non congeniale. Svolge la propria professione senza entusiasmo e con l’amara consapevolezza che la giustizia sia governata da persone che hanno scarsa considerazione nei confronti dei drammi umani. Per fortuna alla sera, tornando a rinchiudersi nella torre, ha modo di rifarsi lavorando alla stesura di un romanzo…   
Dopo aver pubblicato un saggio su Vitaliano Brancati e due raccolte di racconti, Luca Rachetta - nato a Torino ma ormai stabilmente residente a Senigallia – si cimenta con la struttura del romanzo breve, costruendo un libro la cui trama risulta talmente scarna di avvenimenti da risultare a stento riassumibile. A dominare le pagine è un senso di disagio che, oltre ad essere psicologico ed esistenziale, addizionato al simbolismo della torre, vuole costituirsi come emblema della condizione dello scrittore. La percezione che si avverte è che l’autore abbia inteso non tanto rispolverare un vecchio modulo ormai consolidato, quanto lasciarsi scivolare sul piano inclinato dell’autobiografismo, per proiettare nel protagonista de La torre di Silvano quella sensazione di spaesamento che sembra appartenergli in prima persona, e che lo fa sentire più che mai straniero agli altri e bisognoso di risposte emotive altrettanto esagerate all’ambiente esterno. E per farlo Luca Racchetta sceglie per di più di non fare carovana nella letteratura corrente, ma di far leva su una ricercatezza stilistica desueta e su un’esattezza lessicale che inclina all’estenuazione del segno in maniera forse eccessiva, appesantendo la macchina narrativa e... relegandolo ancor più nella sua torre.