La solitudine del maratoneta
Scritto negli anni sessanta, La solitudine del maratoneta dimostra come in alcuni casi il tempo possa solo migliorare le buone cose. Nove racconti, di cui il più lungo dà titolo alla raccolta, in cui Sillitoe, inserito nella corrente degli “Angry Young Men” inglesi, fianco a fianco con Osborne e Pintor, cala il lettore nella realtà proletaria, grigia e fumosa dei sobborghi inglesi, dove i cortili odorano di muffa e spazzatura, le fabbriche sputano fumo scuro dalle bocche lunghe dei camini, dove ciascuno pensa per sé e mai, nemmeno una volta, Dio pensa per tutti. Racconti in cui, a fare da sfondo, c'è il formicaio vitale e disperato delle periferie operaie ritratto senza pietismi: la scrittura di Sillitoe, pulita, chiara, diretta, che in quelle stesse periferie affonda radici e formazione, mostra senza retorica cosa si nasconda dietro l'industria del progresso, sotto la divorante modernità che ruba spazio all'umanità. Nove racconti per nove voci, personaggi chiusi in una solitudine tanto simile a quella del maratoneta e a quella di ciascuno di noi, quando arriva il momento di porre fine alle bugie: frustrati, vogliosi, arrabbiati, perché la felicità rischia sempre di scivolare oltre il piccolo traguardo a cui si è riusciti ad arrivare. Storie che si fanno subito amare, dolenti, dolcemente tristi, spaccato di verità senza il conforto dell'illusione, in una società che lascia indietro gli ultimi, che li relega ai margini e mette i lucchetti alle porte del benessere. La solitudine del maratoneta, bagnato di pioggia e ricoperto di cenere, contro un cielo basso senza luce, piacerà a chi pensa che, comunque vada, il tempo della lotta non sia, per fortuna, ancora terminato: quello per cercare e trovare una via di fuga e, spesso, anche per perderla. Piacerà a coloro che della rabbia hanno fatto il leitmotiv della propria esistenza, ben sapendo che, nella maggior parte dei casi, il lieto fine non sarà mai nascosto dietro l'angolo.
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