Una notte al Majestic
Parigi, Hotel Majestic, 18 maggio 1922. Si è creata una grande aspettativa intorno alla cena organizzata da Sydney e Violet Schiff in occasione della prima rappresentazione all’Opera del “Renard” di Igor Stravinsky, portato in scena dal Balletto Russo di Serge Diaghilev. Gli inglesi Violet e Sydney, amanti delle arti e veri e propri “socialite” avevano un’ intenzione ben chiara: riunire per la prima volta in una sola sala la più alta concentrazione di geni artistici e letterari dell’epoca. Gli ospiti d’onore: Pablo Picasso, James Joyce e Marcel Proust, senza dimenticare Serge Diaghilev, Igor Stravinsky, tutto il corpo di ballo - per un totale di cinquanta invitati. Joyce e Proust non si erano mai incontrati in precedenza e gli Schiff speravano che da quell’incontro scaturissero scambi d’opinione, un confronto acceso, o in ogni caso un dialogo interessante da poter poi divulgare ai quattro venti. Nonostante la curiosità e l’attesa, quello che realmente successe fu di così poco interesse che non servì nemmeno per alimentare i pettegolezzi della settimana. Alcuni ospiti, tra cui Stravinsky e Ansermet, arrivarono piuttosto stanchi e se ne andarono poco dopo, Picasso dimostrò la sua riluttanza a presenziare all’evento violando deliberatamente il “dress code”: si presentò con il copricapo tipico catalano, cominciò a bere, e si addormentò. Joyce non fu da meno: arrivò gia ubriaco, scusandosi per non essere vestito adeguatamente, e si mise a sonnecchiare. Proust fece la sua apparizione più tardi, visibilmente provato dalla malattia (morirà infatti 6 mesi dopo) e fu fatto sedere di fianco a Joyce. Il loro dialogo fu piuttosto insignificante: pare che Proust avesse cercato di stabilire un contatto col suo vicino ma che dall’altra parte ci fosse stato un secco e risentito rifiuto. Violet Schiff volle sapere se Proust aveva letto un determinato capitolo dell'Ulisse ed egli rispose che no. Pare inoltre che ci fosse una certa invidia da parte di Joyce per i successi letterari del francese che in quel momento era molto più conosciuto ed apprezzato. La serata fallimentare terminò poi nell’appartamento di Proust dove pochi intimi (tra cui gli Schiff, ma di certo non Joyce) si intrattennero fino a notte inoltrata...
Le aspettative altissime e la scarsità di documenti storici hanno contribuito a creare un mito intorno alla cena, ricostruita con ricchezza di dettagli dal critico e storico inglese Davenport-Hines in questo saggio. Nonostante il titolo, che si rivela estremamente fuorviante, il resoconto è un mero pretesto per introdurre il vero protagonista del romanzo: Marcel Proust. L’autore, grazie ad uso sapiente delle fonti storiche, riesce a costruire un quadro davvero impeccabile del creatore de La Recherche, proprio attraverso l’analisi della sua opera principale e di alcune secondarie. C’è tutto Proust dentro, partendo dai suoi scritti fino ad arrivare alle relazioni sociali, al rapporto con la madre, con la servitù, con gli amici ed i nemici, con i suoi personaggi e con l’omosessualità. L’ammirazione di Davenport-Hines per Proust è quasi totale, l’autore viene rappresentato come un martire della letteratura e della sua opera, arrivando a sacrificare tutti i suoi affetti e la sua stessa vita per portarla a compimento. Marcel è ora un genio, ora un “sovversivo”, ora è un figlio devoto e fedele, ora è un incompreso, uno snob, un paranoico e molto altro. L’opera è impregnata di citazioni e riferimenti presi non solo da critici e scrittori contemporanei a Proust, ma anche da lettere e diari di nobili, suoi amici e conoscenti. Un rischio concreto per il lettore è quello di perdersi, di non distinguere le varie figure reali o inventate e di non riuscire a definire il loro ruolo all’interno della vita dell’artista. Per questo motivo, e per l’effetto di “santuario” alla sua memoria, il saggio è congliato quasi esclusivamente a quelli che hanno letto ed amato l’opera proustiana e si vogliano avvicinare al suo geniale autore e all’atmosfera bohemienne della Parigi dell’epoca, risultando però di difficile comprensione o di scarso interesse per quelli che sono “digiuni” di Proust.

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