La notte ha un nome solo

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La notte ha un nome solo

Lui è un uomo di mezz’età che riflette molto. Un introspettivo. Lei è una donna bella, giovane, croata, un carico di solarità e di passioni. La loro storia da semplice attrazione approda allo stadio dell’amore di una vita, della condivisione e della progettualità. I viaggi, le case, i traslochi, la quotidianità. Il ciclo della vita, raccontato senza fronzoli. Poi lei scopre la notte. Ed ancora, vita. Gli ospedali, le analisi, il ricovero, le lacrime, la madre che dalla Croazia si precipita in soccorso dell’amata figlia, il continuo chiedere, attendere, le lacrime, e poi tre puntate al giorno a quello stesso bar, per quello stesso whisky, con il tuo stesso dolore...
La notte ha un nome solo. La vita ha un nome solo, anche. Un’opera ambiziosa perché densa di significati e recriminazioni, pagine cariche di quesiti esistenziali, nichilismo nietzschiano: a volte, fardelli che non riesci ad esimerti dal leggere pur provando disagio. Il peso di domande senza risposte, filtrato dal più elementare antidoto alla paura di vivere: l’amore. Amare. In una storia che si chiede il senso della vita, non c’è risposta se non l’amare. Inutile, gravoso, sofferente, pericoloso. Ed imprescindibile. Si può perdonare la mano calcata sull’esistenzialismo paranoico, sul “piagnucolismo” misantropico che si intravede qua e là. Per un solo, sostanziale motivo. E’ una storia toccante. Odora così forte di vita, reale, che non riesci a frenare il dolore, uscire dalle pagine, entrarti dentro, scatenare un piccolo impulso e far scivolare una lacrima sul viso. Chapeau.