Moby Dick
A chi mai sarebbe venuto (o verrebbe tutt’oggi) in mente di utilizzare come pretesto una storia di caccia alla balena per scrivere un romanzo filosofico, si chiedeva un critico nel 1851? Al newyorchese Hermann Melville, che questo libro complesso e indimenticabile lo ha inzeppato di metafore, simbolismi, ma anche di estenuanti digressioni politiche e sociali (per dirne una, ci sono nel romanzo pagine contro il razzismo di una modernità sconcertante) e di riflessioni sulla religione, sul mondo, sulla natura della realtà - evitando al contempo con cura di collocare temporalmente la vicenda, probabilmente per sottolinearne il carattere allegorico. Complice perfetto di tutta l’operazione, lo stile molto ‘ottocentesco’, fiorito e per nulla sintetico. Qui scorciatoie non se ne prendono: quando il plot si imbatte in un tema – per quanto complesso – l’autore mette la freccia, entra in una piazzola di sosta, spegne il motore e non riparte finché non ha esaurito le sue considerazioni e gli approfondimenti del caso. Due eventi hanno ispirato il romanzo: il naufragio della Essex, una baleniera ‘speronata’ nel 1820 da un capodoglio inferocito, raccontato da Owen Chase nel volume Narrative of the Most Extraordinary and Distressing Shipwreck of the Whale-Ship Essex, una chicca per collezionisti bibliofili beccata dal suocero di Melville, Lemuel Shaw, su chissà quale bancarella, e la uccisione del capodoglio albino Mocha Dick (fonte di ispirazione evidente per il nome della coprotagonista del libro) nel 1838. Ma è stata la sua esperienza diretta come marinaio su una baleniera nel 1841-1842 sulla Acushnet a segnarlo per sempre (non sono pochi i parallelismi tra Ishmael e Melville) a suggerirgli la potenza estetica e simbolica della caccia alla balena. A proposito di simboli: la balena bianca (che balena non è, essendo un capodoglio) è stata interpretata dalla critica letteraria via via come simbolo ecologista della Natura vendicativa, del Dio severo dell’Antico Testamento o della morte, solo per citare le soluzioni meno stravaganti. Appena uscito, Moby Dick fu accolto molto freddamente da stampa e pubblico, e solo dopo quasi un secolo – grazie al lavoro di Carl Van Doren e David H. Lawrence - fu riscoperto e iniziò a essere considerato il capolavoro che è. Una favola nera e violenta che come nessun altro libro mai ha saputo descrivere l’abisso infelice che si spalanca nel cuore degli uomini quando hanno fame e non riescono a saziarsi di nulla, quando cercano qualcosa che nemmeno loro sanno, quando devono partire non si sa per dove, ma partire. A tutti loro – a tutti noi – Melville dedica frasi come questa: “Se questo mondo fosse un piano infinito e navigando a oriente noi potessimo sempre raggiungere nuove distanze e scoprire cose più dolci e nuove di tutte le Cicladi o le Isole del Re Salomone, allora il viaggio conterrebbe una promessa. Ma, nell'inseguire quei lontani misteri di cui sogniamo, o nella caccia tormentosa di quel fantasma demoniaco che prima o poi nuota dinanzi a tutti i cuori umani, nella caccia di tali cose intorno a questo globo, esse o ci conducono in vuoti labirinti. O ci lasciano sommersi a metà strada”. Laggiù, soffia! Laggiù, soffia!
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