Il peso di un'anima

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Il peso di un’anima

8.00 del mattino, consueta lotta impari contro il sonno: Lounès ha diciotto anni e deve andare a scuola, anche se odia alzarsi presto. Il modesto appartamento è come al solito rumoroso: la famiglia Amri, di origine algerina, è infatti numerosissima. I suoi quattro fratelli e tre sorelle si accalcano davanti al bagno, misera routine di ogni giornata incipiente. Con un incredibile lentezza prende un caffè e si avvia verso la fermata dell’autobus, incurante del mezzo che sta arrivando proprio in quell’istante. Risultato: Lounès è in ritardo. Questa volta la professoressa Lespinasse non ne può più: inacidita per aver colto il marito in flagranza di tradimento la notte precedente - tra l’altro con l’avvenente e oca collega di Educazione fisica - abbandona la sua tipica indulgenza e manda Lounès dal preside. Ma le conseguenze di un’ordinaria punizione si riveleranno ben più gravi del previsto: inaspettatamente sospeso, il diciottenne si ritrova a vagare senza meta per la periferia, incontrando i soliti sbandati, e perdendosi dietro a chiacchere insulse e spinelli, fino a ritrovarsi in carcere, all’improvviso e senza ragione, con l’accusa di terrorismo…
Mabrouck Rachedi ci racconta il degrado e la violenza delle banlieue francesi, le periferie, in cui gli immigrati risiedono in condizioni di indigenza, reclamando spesso i loro diritti ma senza mai venire ascoltati. L’autore non è sbandato come il protagonista del suo romanzo, è uno che ha studiato tanto, che proviene da un ceto agiato, avendo lavorato in Borsa prima di scegliere l’attività di scrittore; ma, come Lounès, sa probabilmente cosa vuol dire vivere in Francia e avere un nome algerino, palesemente “straniero”, “diverso”. Raccontare le banlieue sicuramente non è facile e un tentativo, come quello di Rachedi, ha dalla sua il far affiorare una realtà che pochi hanno messo in discussione. Ma il romanzo, pur partendo con ottime premesse, non funziona, si inceppa. Il ritmo convulso diventa caos, i personaggi sovrapposti sono poco delineati. Troppe storie in nuce che si accalcano una sull’altra, alcune, forse, davvero inutili, come quella della professoressa cornuta reinventatasi eroina per soccorrere l’incarcerato alunno o semplicemente per alleviare gli incombenti sensi di colpa per averlo gettato sulla strada quel giorno, essendo stata l’inconsapevole causa della sua sospensione. Nella fase finale la narrazione si riscatta, con un paio di colpi di scena degni di nota, in cui il fato, vero protagonista del romanzo, si diverte a creare e risolvere beffe. Ma le banlieue sono comunque uno sfondo, presente ma nello stesso tempo oscurato dall’accalcarsi di microeventi e micropersonaggi che ne oscurano la reale situazione, forse degna di un attenzione ancora maggiore. Il peso di un’anima ha spunti interessanti ma effettivamente si poteva fare di più.