Il cibo dei morti

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Il cibo dei morti

Il cibo è simbolo, metafora, lavoro. Estetica. Soprattutto festa. Da sempre in diverse nazioni, e molte regioni italiane, durante i culti istituiti per i defunti ma anche quando muore qualche parente, chi resta in vita prepara delle ricette speciali. Il “grano dei morti” pugliese, il pane dei morti milanese e siciliano, fino ai dolci veneti come i “grandoti” mestrini, e lo “smegiaza” padovano. Generalmente preparato con ingredienti significanti nella tradizione popolare come le fave, il melograno, o le noci, si tratta di cibo offerto in dono ai morti che stabilisce con essi un legame biunivoco, perché consumato dai vivi li nutre, ma nutre anche i defunti perché salva le loro anime...
Bianca Tragni, preside di liceo e scrittrice in Puglia, compie un viaggio colto e suggestivo lungo le usanze legate al cibo dei morti dalle civiltà antiche, attraverso il cristianesimo che con l’eucaristia ha trasformato il rito del banchetto funebre in pasto che dà la vita eterna, fino a oggi, che l’unico cibo dal valore consolatorio sembra essere la nutella. Un dialogo impossibile tra antropologia e teologia citando Mauss e Agostino, ricco di idee e connessioni filosofiche da Philippe Ariès a Judith Butler, sull’evoluzione del concetto di morte nel corso dei secoli, interrotto talvolta da ricordi autobiografici che rievocano la magica atmosfera dei riti in una cucina dove avvengono i preparativi della festa. Un libro utile e piacevole, impreziosito da una interessante bibliografia, per conoscere la nostra cultura e comprenderne i simboli, che non andrebbero mai dimenticati né ritenuti ovvi.