Sulla mafia
Il monologo angoscioso della madre di un pentito di mafia ucciso per vendetta, per avere parlato, costretta pubblicamente a disconoscere un figlio che il vincolo di sangue spinge ad andare a trovare al cimitero di nascosto per portargli un paio di scarpe poiché in sogno il figlio le ha detto di avere i piedi freddi... L’organizzazione dell’attentato a Paolo Borsellino, ucciso il 19 luglio 1992 insieme alla sua scorta, mentre si reca in Via D’Amelio a trovare la madre... Il sequestro, il 15 gennaio 1992, di Farouk Kassam ad opera del bandito sardo Matteo Boe: la prigionia, le torture subite, la mutilazione della parte superiore del padiglione auricolare sinistro e la consegna del moncone alla famiglia... L’elezione nel 1995 di Maria Concetta Riina, primogenita di Totò, capo di Cosa Nostra, a rappresentante del consiglio studentesco del suo istituto che “rifiutava” la mafia, causa profondi conflitti di coscienza fuori e dentro le istituzioni scolastiche... Una intervista in cui la Maraini esprime tutto il suo sentire sul confine tra lecito e illecito, sul rapporto dei giovani con la legalità, sulla necessità di punti di partenza per un cambiamento. Brevi schizzi degli uomini che, in positivo e in negativo, hanno segnato la storia della mafia: Giuseppe Falcone, Rosario Livatino, Notarbartolo, Nando Dalla Chiesa, Michele Navarra e pitture delle città della Sicilia: Alia, Bagheria, Palermo, culla e tempio dell’omertà. E molto altro…
Come un rabdomante, allo stesso modo Dacia Maraini affonda nella memoria e cerca tra i ricordi per capire come, che cosa l’ha mossa, da dove prende radici la Mafia, immagine e prototipo della Sicilia che da un lato la nega (“la mafia non esiste”, viene detto in uno dei brani) ma che dall’altro ad essa invece sacrifica i suoi uomini migliori per combatterla, per riportare in quella terra il senso delle responsabilità civili. Indaga, la Maraini, tra quegli intrecci sottili; non teme di rivelare i delicati equilibri; scuote la polvere rinsecchita sulle ingiustizie e le ipocrisie; strappa il velo del silenzio e dell’omertà; denuncia i soprusi, le sopraffazioni dei potenti compiuti indifferentemente su cose e persone, ma in particolare sulle donne. È un’azione di sensibilizzazione che l’autrice compie perché il taciuto, l’ambiguo alone nei rapporti e nelle connivenze politiche e sociali hanno dato terreno fertile al radicarsi della Mafia e l’arma (non la soluzione) per stroncare i suoi passi è darle voce, interrompere le fitte trame di quella ragnatela, ascoltare le testimonianze dei pentiti che l’hanno vissuta e conosciuta dal di dentro. Ma c’è di più: quello che la Maraini lascia è l’idea che alla società, al mondo non servono degli eroi immobili, quelli vanno bene per le storie da romanzo; alla collettività, alla società perché non sia e non si trasformi essa stessa in strumento di potere negativo, occorrono modelli influenti da imitare, ideali da seguire, una coscienza pura in cui seminare. È da qui che bisogna partire perché un cambiamento da sognato, sperato, agognato, diventi possibile e fattivo. E noi, come lei, ci crediamo.

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