Denti bianchi
Condensare le 554 pagine dell'acclamatissimo esordio di Zadie Smith (un romanzo che ancor prima di essere completato, nel 1997, era già conteso fra gli editori inglesi) non è semplice. Diciamo subito che è impossibile. E' un libro sull'immigrazione? O è un romanzo d'elogio del caso? E' un libro di istruzioni sulla multietnicità londinese? O sui fondamentalismi religiosi? Non c'è domanda o risposta che tenga. Samad, nel suo sforzo di tenere alti gli argini musulmani contro la montante marea occidentale dirà: “Tenti di pianificare tutto, e niente va come ti aspettavi (...)”. Ecco, forse il senso è tutto in questa frase. Un romanzo imponente, zeppo di digressioni ma misurate, meravigliosamente equilibrato tra determinismo e casualità, tra comicità e disperazione, tra passato e tradizione, futuro e progresso. In mezzo scorre tutto: la guerra, i tradimenti, i testimoni di Geova, un topo geneticamente modificato, le canne, il fondamentalismo islamico, la voglia di capelli lisci, i denti bianchi, la storia inglese, bengalese e giamaicana e un uomo che se deve prendere decisioni piuttosto preferisce lanciare una moneta e affidare tutto al caso, che è molto meno miope dell’uomo quando si tratta di scegliere. Testa o croce?
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