Una tigre molto speciale (Montecore)

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Una tigre molto speciale (Montecore)

Jonas Hassen Kemiri, scrittore esordiente molto impegnato in presentazioni, interviste, letture, incontri viaggi e ingaggi vari, inizia una corrispondenza con Kadir, fin dall’infanzia il migliore amico del padre. Kadir, pur consapevole che i due non si rivolgono parola da anni, è preoccupato perché non sente l’amico ormai da un mese, e indica al giovane quello che potrebbe essere il soggetto per il suo prossimo libro: una biografia “degna del tuo prominente papà”, allegando il racconto dei primi anni di vita del genitore, in Africa. Il padre di Jonas, “Abbas” (in realtà il padre di Jonas si chiama in un altro modo ma Kadir ha un’idea geniale: perché non dare al protagonista del loro romanzo un nome arabo che ripeta i suoni vocalici del famoso gruppo rock svedese, per sottolineare la sua volontà di fusione interrazziale?), ha lasciato la Tunisia dopo essersi innamorato di una ragazza svedese, Pernilla Bergman, con cui ha generato dopo di lui altri due figli gemelli. Con grandi sforzi e sacrifici, in un paese tanto diverso dal proprio, ha sviluppato sempre più la passione per la fotografia fino a diventare un fotografo di fama mondiale, anche grazie alla vincita del World Press Photo con una foto che ritraeva un padre che consolava il figlio bambino. Potrebbe trovarsi in pericolo, visto il suo impegno come fotoreporter per il miglioramento del mondo?
La curiosità di questo romanzo, che è effettivamente il “secondario” scritto dall’autore nato a fine anni Settanta appunto da padre tunisino e madre svedese, sta nel fatto che di Jonas, che poi è il nome dell’autore di Una tigre molto speciale, non si sente mai la voce diretta. Il suo amico di tastiera Kadir è il vero narratore che pian piano ricostruisce l’esistenza difficile di Abbas Khemiri, attraverso le sue lettere e i suoi scritti allegati, i suggerimenti da redattore e le note ai testi che Jonas comincia a “iniettare” in una storia raccontata soprattutto da lui. L’obiettivo non è centrato del tutto in questo metaromanzo-biografia: Abbas Khemiri resta indefinito e irreale benché idealmente rappresenti un bellissimo personaggio. Risulta piuttosto arduo e improbabile anche il pretesto narrativo, ma è divertentissima sia la struttura sia il lessico usati dall’autore, che sceglie per Kadir un linguaggio assurdo che dovrebbe mescolare svedese, francese e arabo, e produce frasi piene di significato pur essendo ridicole, come: “Ritorna la tua rabbia giovanile in quella branchia che chiamiamo autocontrollo”. Un vero spasso.