La mano di Fatima
Tre anni e quattro milioni di copie dopo La cattedrale del mare, torna Ildefonso Falcones con un feuilleton di 900 e rotte pagine che ha sullo sfondo uno dei periodi più bui della storia spagnola, la cosiddetta 'cacciata dei moriscos' del XVI secolo. I musulmani spagnoli, ai quali dopo la cacciata degli arabi dalla penisola iberica erano state promesse condizioni di vita del tutto normali e che invece ben presto si erano trovati ad affrontare una dura esistenza fatta di vessazioni e razzismo, finirono per ribellarsi e la guerra civile – perché di questo si trattò – che ne seguì fu sanguinosa e crudele. Falcones questa guerra ce la racconta dall'interno, grazie a un protagonista che per sua stessa natura è a cavallo tra i due mondi perché metà cristiano metà musulmano, e che vive questa sua peculiare condizione al tempo stesso come una lacerazione e come una ricchezza. Il messaggio di tolleranza che Hernando incarna però ha ben poco di retorico, perché inserito in un plot picaresco e avvincente che ha il sapore dei romanzi d'avventura di una volta, denso com'è di battaglie, morte, amori (la candida Isabel o la conturbante Fatima? Come il protagonista, tenderei a ritardare più possibile la scelta), personaggi genuinamente malvagi e altri capaci di commoventi slanci di generosità, il tutto sullo sfondo di un Spagna splendida, ruggente di suoni e colori. Una lunghezza un po' eccessiva e lo stile che certo non regala sorprese dal punto di vista letterario impediscono di gridare al capolavoro, ma La mano di Fatima è un'esperienza sensoriale che non si dimentica.
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