Racconto d'inverno

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Racconto d'inverno

Un soldato sbandato – in fuga da una guerra della quale ormai si sono smarrite le motivazioni – si imbatte in una grande villa abbandonata, nascosta in una faggeta. Qui incontra uno strano giovane dai capelli bianchi, misterioso guardiano di quel luogo dimenticato da tutti, che promette di riuscire a portarlo al di là del confine, dove sarà definitivamente in salvo dal conflitto. Ma l’antica dimora sembra abitata da un’altra presenza: lo spirito di una ragazza bellissima e conturbante che da subito si rivela al soldato e lo ammalia con il suo profumo e la promessa di una felicità che lui non ha mai conosciuto. La quindicenne che appare e scompare tra i boschi e le mura della casa si rivela come la sorella del ragazzo canuto, che lui sostiene essere fuggita durante l’aggressione di un gruppo di mercenari, che uccisero i loro genitori e devastarono le loro proprietà. Ma se lei è scomparsa, morta, perduta, allora chi è che funesta i sonni del soldato con messaggi da decifrare e perché il giovane vuole ad ogni costo allontanarlo dalla villa? E cosa si annida nelle cantine allagate, in passato sede di strani esperimenti?
Con il suo stile denso, barocco, Leonardo Bonetti ci conduce in un mondo che sprofonda in un tempo indistinto tra il Medioevo e la contemporaneità. Indistinta rimane anche la trama, che ondeggia tra continui enigmi e colpi di scena senza mai trovare un punto d’appoggio, traballando un po’ tra il gotico e l’horror tradizionale, senza scegliere mai cosa diventare. Tutto (a partire dalla efficace copertina) in questo romanzo – l’esordio di Bonetti, di mestiere musicista – appare fumoso, come avvolto da una coltre di nubi, difficile da mettere a fuoco: i personaggi non avranno mai un nome, la guerra è un evento estraneo a cui non si dà alcuna spiegazione, che appare e scompare nella narrazione senza motivo, il segreto del legame tra fratello e sorella rimane un sogno troppo stravagante per essere risolto. Potrebbe anche funzionare quest’atmosfera retrò che in alcuni punti davvero mette un brivido d’inquietudine addosso, se non fosse per la difficoltà di seguire lo stile di Bonetti, appesantito da continue metafore, ridondanze di aggettivi, periodi narrativi troppo lunghi. Rimane il fascino di alcune speculazioni filosofiche interessanti (sull’identità e sul concetto di ‘doppio’, sulla seduzione dell’assenza) e la forza di alcune immagini potenti, come il Cristo dipinto sulle rocce che spia il soldato oppure la ragazza che di spalle si pettina i lunghi capelli senza girarsi per non mostrare ciò che di sbagliato nasconde il suo volto.