Il museo dell'innocenza

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Il museo dell'innocenza
Kemal Basmaci s’innamora, ma i dilemmi del cuore lo vogliono del tutto impreparato con la gestione dei tempi che si confanno a questi frangenti. Kemal sta infatti per sposarsi. Opportunista della prima ora, non sa rinunciare alla passione che l’ha pervaso con il suo colpo di fulmine migliore e decide così di perpetrare un doppio tradimento. Nei confronti di colei che dovrebbe divenire la sua sposa, Sibel, e in quelli di Füsun, l’amante che tanto lo strugge ma alla quale non riesce a garantire la monogamia dorata. Lascerà decidere al tempo quindi, quale sorte d’amore dovrà toccargli in futuro. Un futuro lungo otto anni, nel quale Kemal ricucirà i pezzi della sua mente e delle sue azioni grazie ai ricordi che lo incatenano a Füsun...
Il museo dell’innocenza è il primo libro di Pamuk ad essere pubblicato in Italia in concomitanza con l’edizione originale, particolarità non trascurabile per la comprensione del modus operandi dell’autore e delle sue convinzioni come letterato e uomo. È chiaramente la risonanza del premio Nobel a regalarci questa simmetria, in quanto il precedente Neve vide gli scaffali delle libreria italiane con ancora due anni di ritardo. Questa edizione puntuale getta anche un ponte verso l’esordio del 1982, ancora inedito. Ugualmente si comporta l’intreccio: molti i personaggi e gli echi della sua opera che rivivono e risuonano in queste pagine, da Il libro nero fino a Istanbul, il suo libro più autobiografico, poiché spesso è l’autore stesso e la sua famiglia ad interagire con la storia, condividendo momenti importanti della vita del protagonista Kemal, arrivando fino a modificarla in un certo qual senso. Pamuk è scrittore caparbio, non teme di spostare i confini delle linee, confusionario nel dispiegamento del suo corpus, sempre con la penna tra le dita pronto per una nuova correzione: in particolare questo titolo vede la luce nel 2001, ma verrà poi ripreso solo due anni più tardi e concluso nel 2008. Un parto travagliato, che vede noi ostetrici delle lettere sempre con la manica sulla fronte, pronti ad abortire anche il più piccolo vagito di difficoltà nella lettura. Inconfondibile nello stile, cesellatore e maestro della noia, continuamente al limite tra la grande parabola e la banalità più sconfortante – per quanto ormai sia persona dal respiro profondo e internazionale, i suoi natali rimangono turchi e mai forse saprà realmente avvicinarsi alla scrittura d’impianto europeo – Pamuk parrebbe continuare il corso letterario iniziato con Neve e poi proseguito con Istanbul, dopo che nel 1998 pose termine alla sua prima grande stagione con Il mio nome è Rosso. I temi sono ricorrenti: l’analisi dettagliata e impietosa della sua vita, le ambivalenze che continuano a legarlo indissolubilmente alla sua nazione e alla sua città, il posto dell’uomo nell’ambiente urbano. Ancora una volta, le immagini della capitale sono talmente vive da non poter essere lette come l’interminabile commiato al luogo che tanto ama. Gli oggetti, i cibi e gli odori, le automobili e le donne di Istanbul pesano come macigni sui sensi dello scrittore, e le sue capacità accomunabili con pochi altri autori della sua generazione riescono di nuovo a farci entrare nel suo vortice emotivo e sensoriale. Questa volta però, il piano-sequenza dalla sua vita, dopo averci mostrato i territori più sconosciuti della Turchia e i volti di Istanbul, mette a fuoco l’assenza, la solitudine che si prova a vivere in una delle città più grandi del mondo: Istanbul è desolata, sporca come mai prima nei suoi ricordi, paradossalmente disabitata e crudele. E così immagino sia la sua mente ora, lontana da casa, forse per sempre, forse per la prima volta veramente.