La Tana degli Alberibelli
Il quinto romanzo di Marino Magliani segna forse una pausa nel suo percorso di crescita come autore, finora prepotente. La cosa è in parte spiegabile col fatto che il libro riposa nel cassetto dell'autore da più di vent'anni (per l'occasione è stato completato e rivisto), e che alcuni spunti sono stati via via 'riciclati' nei libri precedenti (o successivi, insomma ci siamo capiti), ma tant'è. L'impressione che il lettore comune, ignaro dei retroscena editoriali, corre il rischio di avere è innanzitutto di déjà-vu, e poi (forse peggio ancora) che Magliani qui trascuri la sua particolarissima vena autoriale – quel suo trasfigurare la letteratura di genere attraverso una sensibilità poetica fuori dal comune e molto legata alla tradizione 'alta' italiana, un po' come se Pavese scrivesse noir, per intenderci – e a concentrarsi troppo sullo scorrere del plot. Il che – non trattandosi di una spy-story mozzafiato tutta effetti speciali – non è sufficiente a fare de La Tana degli Alberibelli qualcosa di più di un fascinoso giallo ecologico-politico su una drammatica storiaccia di partigiani e di tradimenti che allunga le sue ombre anche sul presente, a più di sessant'anni di distanza. Perché “la guerra finisce per tutti. Il sangue no”.
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