La Tana degli Alberibelli
David Frati
voto

Santaleula, Liguria. Jan Martin Van der Linden, agente olandese di un bureau belga antifrode, è sulle tracce di un suo collega, Pangloss, che dopo aver lasciato indicazioni su un blog di Speleologia sull'ubicazione di certi documenti (ora spariti) è stato rinvenuto cadavere sul bagnasciuga. Preso in affitto un bungalow nella vicina località di Sorba, Jan Martin inizia le sue ricerche, fingendo di essere un archeologo interessato a reperti di epoca napoleonica abbandonati nelle grotte della zona da soldati fuggiaschi dopo la battaglia di Marengo. Intanto, discretamente, l'agente indaga sul fiorire di porticcioli turistici ultra-accessoriati su quelle coste un tempo incontaminate, speculazioni edilizie probabilmente effettuate grazie a corruzioni in alto loco e minacce ai danni dei precedenti proprietari delle aree. Ma si imbatte anche in una strana storia risalente alla Resistenza, la tragica fine di un partigiano, nome di battaglia Iliev, caduto in un agguato dei fascisti ma che – prima di morire – ha lasciato un misterioso messaggio sulle pareti di una grotta, la Tana degli Alberibelli. Perché i vecchi del luogo non vogliono parlare dell'accaduto? Chi c'è a bordo della automobile bianca che inizia a pedinare Jan Martin? Chi ha ucciso Pangloss e perché?
Il quinto romanzo di Marino Magliani segna forse una pausa nel suo percorso di crescita come autore, finora prepotente. La cosa è in parte spiegabile col fatto che il libro riposa nel cassetto dell'autore da più di vent'anni (per l'occasione è stato completato e rivisto), e che alcuni spunti sono stati via via 'riciclati' nei libri precedenti (o successivi, insomma ci siamo capiti), ma tant'è. L'impressione che il lettore comune, ignaro dei retroscena editoriali, corre il rischio di avere è innanzitutto di déjà-vu, e poi (forse peggio ancora) che Magliani qui trascuri la sua particolarissima vena autoriale – quel suo trasfigurare la letteratura di genere attraverso una sensibilità poetica fuori dal comune e molto legata alla tradizione 'alta' italiana, un po' come se Pavese scrivesse noir, per intenderci – e a concentrarsi troppo sullo scorrere del plot. Il che – non trattandosi di una spy-story mozzafiato tutta effetti speciali – non è sufficiente a fare de La Tana degli Alberibelli qualcosa di più di un fascinoso giallo ecologico-politico su una drammatica storiaccia di partigiani e di tradimenti che allunga le sue ombre anche sul presente, a più di sessant'anni di distanza. Perché “la guerra finisce per tutti. Il sangue no”.