Dal liceo ad Auschwitz

Dal liceo ad Auschwitz
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Ha solo diciassette anni Louise Jacobson quando la polizia francese del governo collaborazionista la arresta mentre sta tornando dal liceo. Motivo: non porta in evidenza la stella gialla distintiva degli ebrei prescritta da un’ordinanza tedesca. Anche sua madre è incarcerata con l‘accusa di essere comunista. È la fine dell’agosto 1942 e Louise viene rinchiusa nella prigione di Fresnes. A ottobre la trasferiscono nel campo di raccolta di Drancy. Vi rimane fino al 13 febbraio del 1943, quando sale sul convoglio per Auschwitz. Non farà più ritorno. Ad Auschwitz Louise è andata in fumo, condividendo la sorte dei sei milioni di ebrei uccisi nell’Olocausto. Ma al contrario della maggior parte delle vittime, annientate come prevedeva la soluzione finale, ha lasciato una traccia concreta di sé. Sono le numerose lettere inviate ai familiari e alle amiche durante la prigionia. Lettere che, afferma Elio Toaff, come ogni testimonianza venuta alla luce sulla Shoah aggiungono “una nuova tessera al grande mosaico della tragedia che ha colpito il popolo ebraico”...
Ci si accosta con reverenza alle lettere di Louise perché questa non è letteratura. Questa è vita, scritta con le lacrime e il dolore, ed è tutto ciò che resta di una ragazzina che la barbarie nazista ha voluto cancellare. Una ragazzina che narra con innocenza disarmante quello che le sta capitando, e che si illude (forse) di uscire presto da quell’incubo. Filtra un voluto, commovente ottimismo da queste pagine. Quando impugna la penna Louise indossa una maschera di fiduciosa speranza per non far preoccupare i suoi cari. Li rassicura dicendo che sta bene, che mangia a sufficienza, che è trattata con riguardo. Li ringrazia per i pacchi pieni di cose buone, li prega di scriverle il più possibile. Solo con le amiche si lascia andare un po’, confessa che la prigione di Fresnes è un inferno, che l’hanno messa insieme a prostitute, vagabonde e ladre, e che in quella compagnia triviale è l’unica ad essere ancora vergine. Comunque, tiene a freno l’angoscia, firma: “La vostra Louise che non si sente affatto triste”, “Vostra sorella Louise che è allegra come un fringuello”. Anche nell’ultima lettera al padre prima della deportazione, quando è ormai chiaro che per lei non ci sarà nessuna liberazione, si mostra forte: “Ho una notizia triste, caro papà. Dopo la zia, tocca a me partire. Ma non fa niente. Io sono su di morale [...] Vorrei proprio che tu avessi tanto coraggio quanto ne ho io[...]”. Quello che sconvolge di più nelle parole di Louise è la sua assenza di rancore. Come se il crimine che stava subendo fosse stato così enorme da non poter nemmeno essere commentato, o contemplato dalla sua mente. Per moltissimo tempo nessuno ha saputo di questa corrispondenza. Solo dopo 45 anni la sorella Nadia Kaluski, che ne era la principale destinataria, ha deciso di far pubblicare l’epistolario in Francia. Nel 1996 l’Unità - con una delle sue meritorie iniziative culturali - lo ha diffuso nella prima edizione italiana, insieme al resoconto di Sarah Lichtsztejn, un’altra alunna ebrea del liceo di Louise, catturata con la madre nella retata al Velodromo d’Inverno. Sono stati i revisionisti, che a partire dagli anni Settanta del secolo scorso hanno iniziato a negare l’Olocausto al di là di ogni macabra, tangibile prova, a indurre Nadia a dare alle stampe queste lettere perché Louise non venisse dimenticata. Perché tutti noi non dimenticassimo mai. Louise non è riuscita a tornare a casa per descrivere la brutalità selvaggia di Auschwitz, la follia disumana, la sistematica distruzione che vi fu perpetrata. Per raccontare di quei camini che fumavano ogni notte disperdendo gli ebrei nel vento. Ma noi sappiamo. E l’unica cosa che possiamo fare oggi per tollerare l’intollerabile e meritarci il nome di uomini è continuare ad indignarci, e continuare a ricordare.

 

 

 

 
 
 
 

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