Veracruz
Valerio Evangelisti alza ancora il vessillo con teschio, tibie e clessidra (mi raccomando la clessidra, se la dimenticano tutti troppo spesso quando si parla di pirati) e regala un prequel dinamitardo al fortunato Tortuga. Avventure, battaglie, torture, agguati, stupri, crudeltà e violenze si susseguono pagina dopo pagina senza dare il tempo al lettore di tirare il fiato, il tutto sotto lo sguardo potente e antico – quasi da divinità omerica - di un mare che “non è solo acqua”. Lo scrittore bolognese si fa beffe della classica visione della pirateria come struttura para-sociale libertaria e anarcoide (in senso buono, ammesso che ne esista uno cattivo) e le dà al contrario una fortissima connotazione liberista (i pirati combattono per il libero mercato contro il protezionismo centralizzato dell'impero spagnolo) spogliandola al contempo da romanticismi e luoghi comuni. Questo Veracruz ci fa riscoprire l'emozione che da bambini ci prendeva alla gola leggendo l'ennesimo libro d'avventure, ma non per questo rinuncia alla voglia di pensare, suggerire, alludere, colpire. Nella tradizione (ormai lo è, non ci sono cazzi) del New Italian Epic di Manituana o Q dei Wu Ming, per dare qualche coordinata. Scriveva qualche tempo fa proprio Evangelisti: “Si può ricorrere alle forme della narrativa avventurosa, purché l'esito sia raggiunto: fare riflettere, in via realistica o metaforica, sulla percezione collettiva di una quotidianità alienata. E' ciò che gli autori del New Italian Epic cercano di fare”. E quello che l'autore di Veracruz riesce a fare, a nostro parere.
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