Sognando l'isola

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Sognando l'isola

C'è un isola, in mezzo al mare, dal nome evocativo: i delfini le hanno regalato un felice battesimo, la lontananza dalla società civile ha plasmato un universo con poche regole male in arnese. Il caso ha voluto che un personaggio burbero, dal cuore avido di ricchezze, su quel lembo di terra senza radici abbia accumulato dei possedimenti e una villa: divenuti poi sorprendente testamento carico di responsabilità per la sorella Adele e la di lei famiglia, figlio, nuora, nipoti. Cosa fare, quando dal cielo piove inaspettata la possibilità più preziosa, quella di cambiare vita e provare, ancora una volta, forse l'ultima, a mettersi in gioco? Prendere o lasciare. Adele e la sua famiglia prendono, mollando gli ormeggi da un'esistenza sicura per approdare nel regno dell'incertezza. Accolti con diffidenza in un mondo chiuso alle novità, muniti solo di coraggio e determinazione, cambieranno abitudini arrugginite e costumi consumati per aprire le porte alla modernità: scuole, commerci, ospedali, mentre il ciclo delle stagioni farà crescere e cambiare Adele e i suoi familiari tra matrimoni, nuove nascite, morti. Quando tutto, però, sembra essere stato compiuto a dovere, il caso ci mette di nuovo il naso, stravolgendo il lavoro fatto all'isola del Delfini e facendo sì che Alberto, nipote di Adele oramai cresciuto, sia costretto a confrontarsi con la sconfitta e la malvagità di pochi invidiosi isolani: maniche rimboccate e via, a creare di nuovo là dove qualcuno ha voluto distruggere ottimismo e volontà...
Bisogna ammetterlo, prima di ogni altra cosa: l'impressione è che folate d'aria, entrate a tradimento da una finestra lasciata inopportuamente aperta, abbiano voluto divertirsi un po'. Perché in Sognando l'isola, romanzo d'esordio di Nicola Manna, qualcosa deve essere intervenuto a scompigliare capitoli, parole, frasi: un piccolo terremoto editoriale ha spostato la numerazione, imbrogliato capoversi, creato deserti di spazi bianchi tra apostrofo e lettera, fino a prendere la mano, come a pagina 79, laddove il nonsense si è divertito a dire la sua (o a non dirla, visto che a fuggire è proprio il significato). E impensierisce che questo disordine organizzato, dove la cura per l'oggetto-libro sembra essersi persa per strada venga fatta scontare all'ignaro lettore con un'imponente cifra che balza agli occhi, intimidendo, in quarta di copertina: 22 euro, per un testo passato direttamente dal via senza aver visto la mano di un saggio correttore di bozze. C'è da dire, però, a favore della Arduino Sacco Editore, che poco forse si sarebbe potuto fare per migliorare questo libro. Perché se Manna prova, con sentita onestà, a raccontare una storia a metà strada tra Il signore delle mosche e il mito della caverna di Platone sottoforma di un memoriale che Alberto, voce narrante, lascia ai posteri quale segno tangibile di una straordinaria esperienza, c'è da dire che il suo è un tiro fiacco incapace di raggiungere il bersaglio. Sognando l'isola manca di carattere, e abbonda, invece, di particolari: troppi, l'uno di seguito all'altro, in una storia narrata per filo e per segno sovraccarica di elementi degni di un microscopio, dove nulla è lasciato all'immaginazione del lettore se non un blando torpore per vicende comuni, esauribili in poche pagine. Con una scrittura eccessivamente semplice e dialoghi eccessivamente lunghi e stilizzati, Manna si appoggia su di uno stile acerbo, dai riflessi scolastici, per un testo che avrebbe avuto bisogno del necessario tempo di maturazione (e degli opportuni tagli). Così, invece, troppo presto venuto alla luce, ha il fragile piglio di un riassunto con qualche debole pennellata di inventiva: non sufficiente, comunque, a prendere per mano l'intero romanzo e a condurlo con sé oltre il recinto dell'ordinarietà.