La cintura

La cintura
In un villaggio di montagna nel sud dell’Arabia Saudita, presumibilmente a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, vive una comunità fuori dal tempo. La quotidianità è cadenzata da ritmi naturali e ancestrali. Ci si conforma alle tradizioni dei padri, considerate una verità da seguire e rispettare, perché portano alla salvezza dell’uomo. Da esse derivano l’attaccamento ai campi e agli animali, fonti primarie di sussistenza benedette da Dio, l’osservanza della religione islamica, interpretata non sempre secondo le leggi coraniche, ma attraverso le consuetudini tribali, la sottomissione della donna, spesso però più sulla carta che non nella realtà. A dettare norme, a dare consigli, a mantenere la fedeltà e l’aderenza ai principi degli antenati, è il saggio Hizam, ascoltato e venerato da tutto il villaggio. Questo microcosmo è visto con gli occhi della voce narrante, all’epoca un bambino, che lo guarda con amore, sentendosi parte integrante di esso. Per lui il villaggio è il mondo, magico e incantato, costituito dai canti della madre, dalla bontà del padre, dalle tenerezze delle sorelle, dagli aneddoti di Hizam. Come ogni ragazzo della sua età vuole portare il coltello alla cintura, perché “è il coltello che fa l’uomo, non la barba né il sesso”, è l’atto che sancisce l’entrata nella società degli adulti. Poi all’improvviso l’apertura della scuola, voluta dal governo, apre nuove prospettive, incrinando le vecchie credenze. È l’arrivo della modernità, che si scontra con la mentalità chiusa, poco incline al nuovo, degli abitanti del villaggio, rivelando loro però l’esistenza di un “altro mondo”, forse meno innocente, ma più progredito. Per il protagonista, bravo nello studio, è ora il tempo delle scelte…
In francese la parola “hizam” significa cintura, è proprio questo doppio sottinteso a fare da filo conduttore del romanzo: sia il personaggio di Hizam sia la cintura rappresentano il medesimo modo di concepire la vita, sono il simbolo di una “preistoria” che l’autore ha lasciato alle spalle. Nel prologo Ahmed Abodehman racconta di essersene andato dal proprio villaggio per continuare gli studi universitari, di essere diventato scrittore in Francia e di aver consumato il “tradimento” della sua gente sposando una donna francese. Ma ci fa anche capire che il suo cuore resta legato alla sua tribù e ai suoi componenti. La cintura ha l’andamento classico del racconto di formazione, costruito sull’opposizione immobilità-modernità, che il protagonista scopre gradualmente durante la sua crescita. Se all’inizio percepisce la realtà come un qualcosa di fiabesco, presto, osservando l’invecchiamento della madre e la malattia del padre, si rende conto che non esistono esseri magici e immortali, ma persone in carne ed ossa, soggette al ciclo di nascite e morti della natura. Ne consegue una perdita dell’innocenza dell’infanzia, dalla quale non vorremmo mai distaccarci. Scritto in uno stile poetico, il romanzo è diviso tra realismo e simbolismo. Abodehman, pur descrivendo in prima persona la sua vita e quella del villaggio, rimane più legato al secondo, attraverso il quale crea un’atmosfera sospesa, caratterizzata da segni e da oggetti-talismano, ammantata da un lirismo struggente che gli consente ancora di sognare un luogo che esiste solo più nella sua memoria.

 

 

 
 
 
 
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