Googlecrazia
1996, Università di Stanford, dipartimento di Informatica. Stanza 360. Cinque nerd. Due di loro sono Larry Page e Sergey Brin. Non lo sanno, ma stanno per inventare uno degli strumenti informatici più importanti del secolo. Page si mette in testa di scaricare tutto il web sul suo computer e “ordinarlo”. Da quelle prime intuizioni alla creazione dell'algoritmo PageRank (quello che, in poche parole, ordina le pagine sul web in base alla loro “popolarità”, cioè in base al numero di siti che linkano a quella pagina) e all'applicazione di questo al motore di ricerca Backrub (creato dallo stesso Page) è questione di pochi anni. Ed è nato Google. E non si è più fermato...
Questo saggio dall'impaginato che ricorda lo schermo di un computer (la pagina non contiene più testo di quello che può contenere una videata, senza scroll), si mantiene in bilico tra una visione realistica delle cose (come e quando nasce Google) e la fascinazione cospirazionista. Chiama il motore di ricerca “il mostro”, profetizza futuri di orwelliana memoria, già a partire dal titolo: GoogleCrazia. Per non parlare del sottotitolo: “Ci tiene in pugno” fa sorridere. “Ci farà male?”, poi, reggetemi la pancia. Un saggio a 8 mani (Gabriele Salvatori, Daniele Titta, Aldo Sciacca, Roberto Santoro) che risente negativamente della stesura composita: i punti di vista sono distanti, laddove ci sarebbe voluto un fronte coeso, visto che si vuole se non attaccare quantomeno criticare una delle aziende più forti sul mercato globale. Le ripetizioni e le contraddizioni appesantiscono la lettura e la svalutano (una per tutte: i cookie di Google, un tempo programmati per permanere 38 anni nei nostri pc ora hanno una vita molto più breve, ma questa informazione ha raggiunto solo uno degli autori del saggio, senza contare poi che Google funziona anche disabilitandoli, i cookie). Un ingenuo tentativo di parlar male della grande G, cosa che non è mai facile. Forse perché cattivi non lo sono per davvero, o forse perché non gli conviene esserlo, forse perché qualsiasi tipo di dietrologia si infrange contro la chiarezza con cui Brin e Page rispondono a qualsiasi “attacco”, che sia la tanto vituperata storia della censura alle notizie e ai siti non allineati con il governo di Pechino (censura imposta dalla Cina, non certo da Google), o l'alzata di scudi contro il progetto di scansionare il patrimonio librario mondiale. Chissà come mai a difendere questo patrimonio, che “libero” fino a prova contraria non è, sono proprio i grossi gruppi editoriali, cioè chi i diritti di pubblicazione li detiene e li fa pagare cari, una classica dimostrazione del bue che dice cornuto all'asino. Il fatto è che Google è diventato in 10 anni una risorsa imprescindibile. Il discorso sulla pericolosità dell'accentramento del potere informativo nelle mani di un solo gruppo convince poco, anche se il rischio c'è, ma fino ad ora la gestione di tanto “potere” da parte di quelli del Googleplex è pressoché trasparente. L'unica speranza è che Brin e Page rimangano fedeli al loro motto, Don't be evil. E che l’utente di internet trovi anche altre vie di consapevolezza. Perché se è pur vero che, come cita la quarta di copertina, “l'indicizzazione è più redditizia della masturbazione” non vi sono dubbi su quale fra le due dia più soddisfazione.

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