


Tutte le famiglie, si sa, hanno qualche problema, ma alcune sono più incasinate di altre. A questa categoria appartengono i Troutmans. Hattie, appena mollata dal fidanzato fuggito in ritiro spirituale in un ashram, si precipita a Winnipeg dalla sorella Min, ridotta oramai a 40 kg di pelle e ossa e pronta per essere ricoverata in un ospedale psichiatrico. Ad aspettarla, i suoi due nipoti adolescenti in crisi. Thebes, troppo adulta per i suoi 11 anni di età, straparla per non ascoltare i suoi pensieri barcamenandosi in surreali voli pindarici. Logan, anche se più grande, si nasconde invece nei suoi pantaloni oversize, murandosi dietro un silenzio fatto di walkman e partite di basket notturne. Una responsabilità troppo grande per Hattie, 28enne ancora immatura, abituata ad affrontare i problemi con la fuga. I tre, a bordo del vecchio furgone di famiglia, si mettono in viaggio negli States alla ricerca di Cherkis, padre dei due ragazzi, senza sapere bene dove andare, visto che non hanno più sue notizie da quando Min, molti anni prima, lo ha cacciato a pedate da casa. Unico indizio, una galleria d’arte in Sud Dakota. Il percorso, costellato di motel inquietanti, personaggi bizzarri, comunità hippies, è in realtà un’esperienza catartica, che permette a tutti di accettare, comprendere, e trovare un equilibrio nel caos che li circonda...
Miriam Towes, rivelazione della narrativa canadese contemporanea, in questo quarto romanzo (il secondo tradotto in italiano dopo
Un complicato atto d’amore) riconferma il suo stile fresco ed emozionante, giocando continuamente con i sentimenti al confine tra tragico e comico. I personaggi sono intensi quanto assurdi, un mix assolutamente irresistibile. La scrittura è asciutta, i dialoghi veloci, ma non per questo meno vivaci ed energici. L’autrice mixa ironia, humour, tristezza e filosofia per creare un romanzo di viaggio inusuale che tutti sicuramente apprezzeranno. Peccato la copertina poco accattivante, che penalizza un contenuto di indubbio interesse.