Il mio nome è Victoria
Cosa succede quando ci si accorge che quelle persone che per anni abbiamo chiamato mamma e papà in realtà non sono né l’uno e né l’altro. Come ci si sente quando tuo padre viene riconosciuto come un torturatore, un fiancheggiatore di una dittatura? E soprattutto cosa si prova a scoprire che tu non sei tu o almeno sei tu, ma con un altro nome?
Analía è una ragazza serena, che vive la sua vita intensamente e velocemente come ogni ragazza della sua età. Innamorandosi, scatenandosi in discoteca, maturando ed abbracciando la militanza politica, ma non una qualsiasi. Analía decide che il suo posto è accanto agli indigenti, accanto a quelle persone che in Argentina rasentano la povertà più estrema, gli ultimi, i diseredati. Non è normale, per chi proverrebbe da una famiglia conservatrice e un padre con trascorsi militari. Eppure sono queste come altre cose che fanno di quella ragazza un soggetto anomalo per quel contesto sociale. Un carattere aggressivo, di quella aggressività che contraddistingue i caratteri forti e determinati; una dedizione ad una causa che non apparterrebbe per cultura ed educazione né a suo padre né a sua madre. Ma a suo padre soprattutto. Ed è intorno alla sorte di questo personaggio che la vita di Analía viene sconvolta, quando lei stessa scopre di non essere Analía, ma Victoria, la nipote numero 78. Figlia di Desaparecidos. Sua madre e suo padre, Cori Pérez e José María “il capo” Donda, hanno vissuto intensamente quella stagione del peronismo in cui il populismo dei montoneros sembrava essere il punto di svolta per quell’Argentina così povera e spettrale. Il colpo di Stato e l’insediamento della dittatura militare, paradossalmente chiamata Processo di Riorganizzazione Nazionale, paralizza il Paese, lo butta nel terrore; le Falcon ingoiano gli oppositori, che la Scuola di Meccanica della Marina (la famigerata ESMA) rigurgiterà morti, torturati o mandati a morire, sotto sedativi, annegati nel Rio de la Plata. Victoria Donda alla quale le nonne di Plaza de Mayo hanno ridato un’identità che il regime militare, nella figura dello zio paterno (Adolfo Donda), le aveva negato per 27 anni scopre di essere stata strappata alla madre dopo appena quindici giorni, e quel Raul, che lei ha sempre creduto essere il padre, non è altro che il suo appropriatore. Perché quella non fu un’adozione; in Argentina questa è una pratica ben precisa: si chiama, appunto, appropriazione. Con un altro nome, una vita costruita, un’altra data di nascita, un’altra famiglia. Ma qualcosa, che siano i geni, che sia quell’impronta impalpabile che si chiama spirito, ha legato Victoria a Cori ed al Capo ad un doppio filo, come quei fili blu che sua madre, con innocenza, le ha cucito ai lobi delle orecchie perché fosse riconosciuta, perché non si perdesse. Le lotte e le battaglie di Victoria, sono state le stesse per le quali si sono battuti i suoi genitori, morti per quegli ideali di giustizia, uguaglianza e verità di cui lei oggi è fiera testimone…
Leggere Il mio nome è Victoria ci riporta a quella pagina oscura della dittatura argentina che ha visto migliaia e migliaia di oppositori trasformati in desaparecidos, ed i loro figli condannati allo 'scippo' della propria identità. Solo il lavoro silenzioso e meticoloso delle nonne di Plaza de Mayo, che non si sono mai arrese all’idea di non riavere indietro quello che resta dei loro figli ed all’idea di non poter abbracciare i loro nipoti, ha permesso di accendere una luce di verità su quell’abominio dei figli rubati, appropriati, fatti sparire. Victoria, la prima parlamentare della Camera bassa argentina figlia di desaparecidos, è fra questi. Costretta a nascere una seconda volta, riappropriandosi di quello che le era stato tolto, con la profondità di un affetto che non può negare prima di tutto a sé stessa nei confronti di Graciela e Raul, quest’ultimo membro dei grupos de tareas, i torturatori contro cui ha sempre lottato, Victoria è l’esempio vivo di come la verità tenda sempre a salire a galla, nonostante qualsiasi dittatura, e di come i legami di sangue siano difficili da spezzare. Sebbene alcune parti si ripetano e talvolta si abbia l’impressione che quella tensione generata dal susseguirsi dei ricordi si allenti, nel complesso si tratta di un lavoro apprezzabile soprattutto per la capacità della Donda di trasmettere al lettore le sensazioni che l’hanno accompagnata, gli stati d’animo, quella innocenza di scoprirsi fragile davanti al suo mondo che andava sbriciolandosi e la forza di ricominciare a ricostruirne uno daccapo col suo nuovo nome, ma con la sua stessa vita. Perché alla fine Analía e Victoria non hanno mai smesso di essere la stessa persona.

Isabella Rossellini vi consiglia: 



