Martin Eden
Martin Eden è un romanzo che trabocca vita vera e rabbia, inevitabilmente autobiografico: venne pubblicato nel 1909 quando Jack London aveva trentatré anni ed era all’apice della sua prolifica carriera. La storia del riscatto sociale del rozzo ragazzo venuto dai bassifondi assomiglia a quello dello scrittore americano che, prima di diventare famoso, per vivere fece i mestieri più diversi, dal cercatore d’oro al cacciatore di foche. La tensione tra i due mondi - quello borghese delle lussuose dimore e quello proletario dei moli - percorre tutto il libro e si trasmette anche grazie alla ambivalenza della prosa: London riesce a “sdoppiare la sua penna” usando uno stile lieve ed elegante, ai limiti del manierismo, quando scrive di Ruth e del suo mondo “dorato”, mentre il linguaggio si fa più spigoloso e realistico quando, invece, si tratta di far parlare la “pancia” dei bassifondi. Il volenteroso Martin è alla ricerca di un riscatto sociale e crede di trovarlo nella scrittura ma capirà troppo tardi che la sua meta, in realtà, era “un canto di sirene”, un peccato di superbia e che ogni essere umano rimane fatalmente “invischiato” nelle proprie origini fino alla fine dei suoi giorni. Le ultime pagine del romanzo riportano alla mente, in senso inverso, l’epilogo di un altro grande capolavoro del realismo americano, Moby Dick di Melville: ma mentre il giovane Ismaele si salva riemergendo dal “gran sudario del mare” aggrappato ad una bara, Martin sceglie di sprofondare e farsi inghiottire dal silenzio delle profondità dell’Oceano (“E nel momento stesso in cui lo conobbe cessò di conoscerlo”). Jack London morì nel 1926 a soli 40 anni, consumato dagli eccessi e dall’alcool, in circostanze che non sono state mai chiarite. Suicidio? Forse, ma dopo aver vissuto una esistenza profondamente “anarchica”come la sua London avrebbe anche potuto permettersi questo ultimo lusso… Qualche giorno fa il canale RAI Storia ha riproposto “Martin Eden” lo sceneggiato – bei tempi, quando ancora si chiamavano così - del 1979 con la regia di Giacomo Battiato e una strepitosa sceneggiatura scritta a quattro mani dal regista e da Andrew Sinclair, uno dei maggiori biografi di London. Una trasposizione ben riuscita davvero lontana dalla insostenibile agiografia di certe fiction di oggi: il degno omaggio (tele)visivo ad un racconto senza tempo.
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