Jim Thompson
Giovanni Pannacci

“Ho ciondolato per strada qualche volta, appoggiato alla facciata di un negozio col cappello tirato indietro e gli stivali incrociati – diavolo, probabile che mi abbiate visto se siete mai passati di qua – fermo così, con un’aria simpatica e cordiale e stupida, di uno che non piscerebbe nemmeno se gli andassero a fuoco le braghe. E intanto, dentro, mi sbellico sempre dal ridere. Solo a guardare la gente”. 
Jim Thompson è morto il Giovedì santo del 7 aprile 1977, devastato da una serie di ictus che minarono il suo corpo già debole di alcolista cronico. Quando capì che non avrebbe potuto più scrivere si lasciò morire, letteralmente, di fame. Sul suo letto di morte vaticinò alla moglie Alberta: “Abbi solo pazienza. Dieci anni dopo che sarò morto diventerò famoso.” E così fu. Thompson è oggi considerato uno dei più grandi autori noir americani. La sua letteratura è molto più di un mero prodotto commerciale, essa contiene i germi di una forza profondamente sovversiva e ha rappresentato uno snodo fondamentale nella narrativa americana del dopoguerra, proprio per la sua capacità di aver fatto incontrare lo stile popolare con l’avanguardia. Fin da bambino dimostra uno spiccato interesse per la scrittura, fatto, questo, che lo metterà da subito in conflitto con il padre, uno sceriffo violento e corrotto, impegnato in mille raggiri per riuscire a sbarcare il lunario negli anni della grande depressione. Thompson crebbe nella convinzione di avere deluso il padre. Fu forse per questo che iniziò a lavorare come garzone d’albergo quando ancora frequentava la scuola. Per due anni consecutivi fece la spola fra la  Polytechnic  High  School e l’Hotel Texas, prese a bere e fumare per controllare lo stress, finché crollò e gli venne diagnosticato un esaurimento nervoso, tubercolosi e alcolismo. Aveva diciotto anni. La sua carriera scolastica ne risentì e non riuscì più a seguire un corso di studi regolare. Fece mille lavori e fu persino arrestato dai leggendari sovrintendi delle ferrovie per vagabondaggio. Fu attivista del Partito Comunista e venne processato per sindacalismo criminale. Per tutta la vita fu ossessionato da problemi economici, ma non perse mai l’impulso di scrivere. Cominciò con brevi racconti pubblicati nelle riviste pulp, rimescolando abilmente gli stili della tradizione hard-boiled. Quando era impegnato nei suoi turni massacranti come portiere di notte, mandava sua moglie, sua madre e sua sorella in giro per lo Stato alla ricerca di omicidi sensazionali che poi lui avrebbe potuto riscrivere per i mensili polizieschi. Sempre in lotta con l’alcol e la depressione, alternò momenti di inattività totale a periodi di frenesia creativa. Tra il 1942 e il 1973 scrisse e pubblicò ventisei romanzi, saccheggiando i più svariati generi popolari. True crime, western, thriller melodrammatici e soap opera rurali. Ma è soprattutto per la sua serie noir che oggi lo ricordiamo, con titoli come L’assassino che è in me (1952), Notte selvaggia (1953), Diavoli di donne (1954), È già buio, dolcezza (1955) e Colpo di spugna (1964). In Italia tutti pubblicati da Fanucci. Jim Thompson fa parte a pieno titolo di quel gruppo di scrittori come Raymond Chandler, Horace Mc Coy, Carrol John Daly, Paul Cay, ecc., che americanizzarono la narrativa di genere, trasformando l’elegante investigatore inglese nel detective duro dalla battuta pronta che – invece di filosofeggiare in un salotto pieno di libri nella casa di campagna – si muove nei vicoli sordidi in pieno periodo proibizionista. L’ipotesi che Thompson formulò a sua moglie in punto di morte divenne realtà a partire dal 1990, quando Hollywood si accorse che i suoi libri potevano essere materiale esplosivo per il cinema. "Rischiose abitudini" di Stephen Frears fu il primo di una lunga serie. Seguì "È già buio, dolcezza" di James Foley e "Vita da niente" di Maggie Greenwald. Nel 1993 fu la volta di "The Frightening Frammis" e nel 1994 di un rifacimento di "Getaway" con Alec Baldwin e Kim Basinger. Da quel momento in poi, quasi tutta l’opera di Thompson venne ripubblicata e lui riaffiorò finalmente nel mainstream culturale americano. È bello, oggi, sapere che Jim Thompson non ha mai perso la consapevolezza del suo talento. Quando, qualche anno dopo avere pubblicato L’assassino che è in me, si preparò a spiazzare il pubblico con Uomo da niente, dichiarò: “Immagino che lascerà di stucco il lettore medio di romanzi gialli classici, ma forse è giusto che quel lettore resti sconcertato. Magari la voglia di intrattenimento lo costringerà alla temibile occupazione del pensare”.
 

I libri di Jim Thompson